Riciclava il denaro assieme a persone vicine alla mala foggiana attraverso una società, creata subito dopo la sua scarcerazione, disposta per motivi simili. Non appena tornato in libertà Vincenzo Secondo Melandri aveva ripreso la sua vita da dove era stata interrotta nel 2012 quando era stato fermato – e poi condannato in appello a 4 anni – per truffa aggravata e reati fiscali. Ieri come oggi, lavorava assieme ad esponenti della criminalità di Cerignola, in provincia di Foggia.

Lo ha fermato la Dia di Bologna, coordinata dal procuratore di Ravenna Alessandra Mancini e dalla pm Lucrezia Ciriello, convinta di aver individuato un gruppo criminale specializzato nel riciclaggio di capitali di provenienza illecita e frodi fiscali architettate emettendo fatture per operazioni inesistenti. A capo di tutto – secondo gli investigatori – c’era Melandri, imprenditore vitivinicolo ravennate. L’ordinanza del gip del tribunale di Ravenna, Rossella Materia, ha disposto, oltre agli arresti, il sequestro di oltre 20 milioni di euro, tra cui figurano 3 società, investimenti finanziari e immobili in provincia di Ravenna e Foggia.

Sotto di lui la compagna, stando a quanto ricostruito dall’indagine, c’erano la compagna Roberta Bassi e diversi malavitosi foggiani vicini al clan Piarulli-Ferraro, uno dei più spietati di Cerignola che da decenni ha messo radici anche in Lombardia: Gerardo Terlizzi, fratello di Giuseppe, reggente delle due famiglie della mala garganica, i fratelli Pietro e Giuseppe Errico, pregiudicati vicini al clan. Ai domiciliari, oltre a Bassi, sono finiti una donna di Monte Sant’Angelo e un uomo di Cerignola, entrambi “stabilmente al servizio dell’associazione e delle sue esigenze operative”.

L’operazione della Dia nasce dai precedenti con la giustizia di Melandri, conosciuto come “il re del vino”. Arrestato nel giugno del 2012, assieme ad alcuni soggetti legati alla criminalità organizzata foggiana, nell’operazione denominata Baccus, che ha poi accertato la mafiosità di alcuni degli imputati, “era stato accertato che Melandri aveva accumulato e depositato in istituti bancari della Repubblica di San Marino oltre 23 milioni di euro di illeciti guadagni – sostiene la Distrettuale antimafia – di cui 9 ancora sottoposti a sequestro per il reato di riciclaggio da parte dell’autorità giudiziaria di quel Paese, mentre i restanti 14 rimpatriati in Italia” sfruttando le possibilità offerte dal terzo scudo fiscale.

Proprio seguendo le tracce di questo ingente capitale rimpatriato, la Dia “ha accertato come Melandri, nel 2014, non appena terminata la custodia cautelare, avesse iniziato a finanziare, con parte di tali proventi, la Melandri Trading srl, al fine di riprendere i già collaudati traffici illeciti”. Il ruolo dei cerignolani “consisteva invece nell’emettere, attraverso finte società vitivinicole facenti capo a dei prestanome, fatture per la vendita di prodotti alla società Melandri Trading srl”. Le merci però non sarebbero mai state corrisposte e l’attività era stata messa in piedi solo per “ripulire il denaro sporco proveniente da usura, esercizio abusivo di attività finanziarie e frodi fiscali”.

A Melandri arrivava infatti “solo ed esclusivamente denaro contante”, corrispondente all’importo delle fatture senza Iva, “con corrieri che partivano da Cerignola in auto”. Successivamente, “l’imprenditore romagnolo procedeva a pagare con bonifico le fatture maggiorate dell’Iva” e così “il sistema posto in essere consentiva ai criminali foggiani di riciclare il denaro sporco e di incassare gli importi corrispondenti all’Iva (mai versata nelle casse erariali)” e a Melandri “di riciclare, a sua volta, le ingenti disponibilità finanziarie rimpatriate da San Marino” e di “abbattere i ricavi della sua azienda” grazie “alla registrazione in contabilità di costi inesistenti”. E su quelle operazioni l’azienda ravennate ha “beneficiato anche di indebite detrazioni di imposta per circa 2 milioni di euro“.

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