La Pedemontana Veneta, la maggiore opera attualmente in costruzione in Italia, è finita sotto la lente d’osservazione dell’Autorità Anticorruzione. Raffaele Cantone ha depositato un documento di una quarantina di pagine in cui, pur dando atto alla Regione Veneto di aver fatto passi in avanti per risolvere una situazione di preoccupante stallo, facendosi carico di impegni finanziari senza i quali l’opera sarebbe rimasta incompleta, presenta tuttavia a Luca Zaia un decalogo di adempimenti. Tempo 60 giorni e Palazzo Balbi dovrà spiegare come intende adeguarsi alle prescrizioni.

Il governatore leghista del Veneto si sforza di guardare il bicchiere mezzo pieno: “Avevamo detto che ci saremmo mossi con la massima trasparenza e coinvolgendo tutte le istituzioni dello Stato: il parere dell’Autorità anticorruzione è il suggello più importante a questa impostazione – commenta – Noi ereditammo questa opera viaria strategica con tutti i suoi problemi e le sue incertezze, si completa pertanto un percorso progettuale che ora trova l’approvazione anche di uffici, come l’Anac, non certo abituati a fare sconti a nessuno”. In questo caso Zaia dice una mezza verità, perché la fase cruciale del bando di gara avvenne nel periodo 2005-2008 in cui egli era il numero due della giunta regionale del Veneto, con presidente Giancarlo Galan. L’assegnazione definitiva (controversa, decisa da ricorso al Consiglio di Stato) risale al 2009 quando Zaia era ministro dell’Agricoltura, ma a quell’epoca la Lega era pur sempre nel governo regionale assieme a Forza Italia. E comunque il progetto definitivo, come ricorda l’Anac, venne approvato il 20 settembre 2010, quando Zaia era stato già eletto presidente del Veneto. E la Regione è sempre stata un soggetto basilare nella procedura, anche se la dichiarazione dello stato di emergenza aveva portato alla nomina di un commissario statale.

La Pedemontana Veneta collegherà la A4 da Montecchio Maggiore alla A27 fino a Spresiano. In totale 95 chilometri e un costo stimato (nel 2013) di 2,25 miliardi di euro più Iva. Nel 2015, nove parlamentari del Movimento Cinque Stelle avevano inviato un esposto all’Autorità anticorruzione di Cantone. Ne era seguita un’istruttoria che ha esaminato tempi, costi e rischi pubblici, mentre il Concessionario Sis era in difficoltà a far fronte agli impegni. Anac aveva rilevato che mentre era trascorso il 66% del tempo previsto (consegna entro dicembre 2018) le opere erano avanzate solo del 20% del totale. E mentre era stato erogato il 70% del contributo pubblico, l’avanzamento dei lavori era stato solo del 20 per cento. Nel 2017 la Convenzione con il concessionario è stata modificata dalla Regione che nel frattempo aveva fatto rientrare l’opera nella propria gestione ordinaria. Cambiati i rapporti con il concessionario in materia di rischio e di tariffe: il concessionario ha rinunciato ai pedaggi in cambio di un “canone di disponibilità” che nel 2020 sarà di 153 milioni di euro più Iva. Il contributo pubblico è cresciuto da 614 a 914 milioni di euro (mutuo da 300 milioni con Cassa depositi e Prestiti, con interessi per 150 milioni). La Regione ha stimato che dopo il decimo anno di attività incasserà dalle tariffe più di quanto sborserà ogni anno al concessionario. Il completamento dell’opera è però slittato al settembre 2020.

Anac fa alcune osservazioni positive. Ad esempio un “più chiaro equilibrio dell’allocazione dei rischi nell’ambito del rapporto concessorio” e il fatto che la ”realizzanda infrastruttura non è privata, ma rimane in capo al Concedente pubblico”. Ma ci sono anche numerosi rilievi. Il primo è quello del “rischio di domanda”, ovvero l’aleatorietà dei flussi di traffico futuri e quindi degli incassi, che resta a carico della Regione. Il secondo richiede una riduzione del periodo di durata della gestione (39 anni), visto che l’ultimazione dei lavori slitta di almeno due anni. Il terzo punto dolente riguarda il mutuo per un prestito da 300 milioni di euro che servirà per pagare espropri e subappalti. Scrive Cantone: “L’incremento del contributo pubblico non appare ammissibile alle sole nuove condizioni contrattuali esaminate”. Anche se esso è aumentato del 40 per cento, “non sembra violare specifiche norme del codice dei contratti, al fine di non configurarsi quale vantaggio competitivo riservato al concessionario teso anche a falsare la concorrenza”, scrive Anac.

Però, “dovrebbe essere controbilanciato con un obbligo del Concessionario (ovvero del privato, ndr) di affidare con procedure di evidenza pubblica il corrispondente importo”. Il quarto punto chiede “un riesame della stima dei volumi di traffico”, perché il rischio è quello di un ‘bagno di sangue’ della Regione nel caso di minori flussi. Deve, inoltre, essere motivata la metodologia usata per individuare l’importante “canone di disponibilità” annuo che sarà versato al Concessionario a partire dal 2020. Commento di Marco Corsini, commissario per la Superstrada Pedemontana Veneta. “L’Anticorruzione ha compreso il risultato economico vantaggioso per la Regione e ha dato atto dei notevoli risparmi”. In ogni caso l’Anac ha inviato la delibera anche alla Corte dei Conti che sta indagando sullo stato di avanzamento dei lavori.

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