Una “nuova mafia” che si muove in Lombardia e nel bresciano. Una criminalità economico-finanziaria in grado di interloquire con la ‘ndrangheta calabrese. Il Procuratore generale di Brescia, Pierluigi Dell’Osso, ha voluto descrivere così i risultati investigativi dell’operazione che ha portato all’arresto di 15 persone nel bresciano, accusate di associazione a delinquere, truffa, usura, estorsione, ricettazione, riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita, trasferimento abusivo di valori, detenzione e porto abusivo d’armi. Un’organizzazione ben strutturata, con una componente finanziaria e una militare, che avrebbe ideato e gestito un network di società fittizie intestate a prestanome per truffare il fisco con il sistema delle illecite compensazioni (crediti inesistenti vantati per non pagare tasse e contributi). E collegata a un “sottogruppo” criminale, attivo sempre in provincia di Brescia, che praticava usura ed intimidazioni nei confronti di imprenditori edili, contando su una “indubbia disponibilità di armi, ed anche di pistole da guerra e del relativo munizionamento”.

L’organizzazione avrebbe sottratto alle casse dello Stato almeno 5 milioni di euro, beni che sono stati sequestrati per equivalente dalla Guardia di Finanza. A capo del gruppo, secondo gli inquirenti, un ex funzionario dell’Agenzia delle Entrate, Maurizio Musso (detto “il Dottore”), e un imprenditore calabrese residente ad Erbusco, Antonio Luppino: sono loro, secondo gli inquirenti, “i fondatori del sodalizio in qualità di ‘soci paritari’ nella gestione degli affari illeciti”, oltre a essere “al centro di estesissimi legami delinquenziali” e ideatori di reati considerati di “elevata lesività” per le casse dello Stato. E di determinare, tra l’altro la “precarizzazione di centinaia di rapporti di lavoro e l’instaurazione di prassi concorrenziali distorte nel settore edile”.

La società chiave del network criminale, stando alle indagini, era la Bam System (di cui Musso è stato formalmente socio fino al febbraio 2012), vero e proprio “centro propulsivo organizzativo e di controllo” di una miriade di piccole società intestate a prestanome stipendiati fino a 2500 euro al mese. Le società controllate dal gruppo, tutte riconducibili a Luppino e soci, erano “destinate al fallimento o alla cessazione dell’attività, previa distruzione od occultamento delle scritture contabili, dopo un ciclo di vita di due-quattro anni, per prevenire i controlli”. Il denaro veniva poi reinvestito in prestiti a usura e acquisti immobiliari, “accuratamente schermati da società fittiziamente amministrate da compiacenti e prestanome”.

Ma il punto di forza del gruppo, secondo gli investigatori, stava nei rapporti con gli uffici postali e gli istituti di credito che evitavano – grazie alla compiacenza di alcuni funzionari – qualsiasi segnalazione di operazioni sospette. In particolare è emersa, nel corso delle indagini coordinate dal pm Silvia Bonardi, la compiacenza della direttrice di uno dei più importanti uffici delle Poste Italiane di Brescia e di un funzionario della Veneto Banca – indagati a piede libero perché considerati estranei all’organizzazione – accusati di aver omesso le dovute segnalazioni.

Alcuni degli arrestati organizzavano poi attentati e intimidazioni – sparatorie contro negozi e pestaggi – nei confronti degli imprenditori che ritardavano i pagamenti. Nelle modalità di azione del gruppo criminale si può cogliere, conclude il giudice, “seppur solo allo stato nascente i tratti tipici del nucleo di criminalità organizzata operativo con modalità di stampo mafioso” anche se la Dda ha ritenuto non ci fossero gli estremi per contestare l’aggravante mafiosa. Un nuovo spaccato dell’evoluzione della criminalità economica nella provincia lombarda. 

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