Al di là delle dichiarazioni dei pentiti, sembra proprio che Berlusconi e Monti si conoscessero davvero. Dell’Utri ha sicuramente qualche legame con il socio di Joe, il barese Antonio Virgilio, un anziano proprietario di grandi alberghi abituato a fare affari con multimiliardari come il vecchio re milanese del mattone Giuseppe Cabassi, e Guido Angelo Terruzzi, a lungo ritenuto “l’uomo più liquido d’Italia’’. Davanti ai magistrati di Palermo, Dell’Utri tenterà di negare i rapporti con Virgilio: ma da una sua agendina, sequestrata nel 1983 21, salta fuori il numero di telefono dell’imprenditore pugliese. «Forse un Virgilio lo conoscevo», si giustificherà Dell’Utri. «Anzi, adesso facendo mente locale avrò avuto con lui un unico contatto telefonico, poiché io in quel periodo mi occupavo anche di transazioni immobiliari e allora Virgilio era un importante imprenditore immobiliare. Però non l’ho mai conosciuto personalmente, in quanto l’operazione non andò mai in porto».

Certo è che sia Monti sia Virgilio erano correntisti della Banca Rasini, diretta fino a metà degli anni Settanta dal padre di Berlusconi. Oltre a loro, tra i clienti del piccolo istituto di credito c’era anche il boss Robertino Enea. Un caso? Gli atti giudiziari della Pizza Connection non permettono di stabilirlo. A Luigi Berlusconi, che fin dai primi investimenti si è anche occupato della contabilità delle imprese del figlio, è succeduto alla direzione della Rasini Antonio Vecchione, il quale risulterà – lui sì – coinvolto nelle inchieste sulla mafia dei colletti bianchi.

Sulla Banca Rasini si concentreranno invece accuse precise. Accuse formulate anche da chi i segreti finanziari di Cosa nostra li conosceva dall’interno. «“Quali sono le banche usate dalla mafia?’’, chiesi a Sindona. Lui prese tempo. “È una domanda pericolosa’’ rifletté. Mi strinsi nelle spalle: lui sorrise e senza più esitare disse: “In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca di Piazza dei Mercanti’’». Nel 1985 il giornalista del “New York Times’’ Nick Tosches intervista per quattro mesi il detenuto Michele Sindona 22. Il finanziere di Patti, ovviamente, si difende e accusa. Accusa anche la Banca Rasini, «la piccola banca di Piazza dei Mercanti» dove per anni Luigi Berlusconi è stato direttore generale. Parole che – pur collocate in un quadro di dichiarazioni spesso menzognere e ricattatorie – suonano come un’oscura profezia. La Banca Rasini, infatti, è alla base delle fortune di Silvio Berlusconi.

Nella biografia Le gesta del Cavaliere il giornalista Paolo Madron, che ha intervistato «150 persone che in diversi momenti hanno lavorato» per Berlusconi, spiega: «Le città giardino di Berlusconi sono servite… per far rientrare le valigie di soldi a suo tempo depositate nella vicina Svizzera. Alla fine degli anni Sessanta le vie che portano al paese degli gnomi sono intasate di spalloni che vanno a mettere al sicuro il denaro della ricca borghesia terrorizzata dai sequestri (ci provano anche col padre di Berlusconi)… Il Cavaliere va da Rasini e gli chiede di appoggiarlo su quei suoi amici, clienti o meno della banca, che hanno portato fuori tanti soldi… Berlusconi non ha mai voluto rivelare i nomi di chi lo ha finanziato… Tra di loro ci sono sicuramente gli Andreani, rappresentanti in Italia dell’inglese Ice e costruttori di barche in proprio. Il conte Bonzi, che ha investito parte dei soldi guadagnati dalla vendita dei terreni di Segrate. In tempi diversi tutti sono stati liquidati da Berlusconi con piena soddisfazione» 23. Quella di Madron è una ricostruzione importante. La sua biografia, essendo autorizzata, può essere ritenuta la sola versione semi-ufficiale fornita da Berlusconi per giustificare la provenienza dei misteriosi capitali che sono all’origine della propria fortuna.

Nel libro Madron parla anche esplicitamente di un tentativo di sequestro di cui sarebbe rimasto vittima il padre di Silvio, Luigi Berlusconi. Quel sequestro è solo il primo di una serie di rapimenti progettati ai danni di Silvio Berlusconi o del suo entourage. Su due di questi – come vedremo – si dilungherà lo stesso Dell’Utri nei suoi interrogatori palermitani. Il terzo verrà invece raccontato da uomini d’onore oggi pentiti, i quali avevano addirittura partecipato alle ricognizioni e ai preparativi. Nei primi anni Settanta, in conclusione, Berlusconi era davvero nel mirino di Cosa nostra. E nella grande villa di Arcore si viveva a tu per tu con la paura.