Adesso ci sperano anche gli altri. Sì, perché la sentenza della corte di Cassazione su Bruno Contrada apre una crepa enorme nelle condanne definitive emesse per concorso esterno a Cosa nostra. O almeno la apre per quelle che si riferiscono a fatti commessi prima del 1994. La decisione della Suprema Corte, in pratica, recepisce quanto deciso due anni fa dalla Corte Europea dei diritti umani sul caso dell’ex dirigente dei Servizi Segreti. È la prima volta nella storia – ragionano gli esperti di diritto – che una sentenza europea incide direttamente su una condanna italiana passata in giudicato, dichiarandola nulla.

L’esultanza di Dell’Utri – E mentre magistrati e giuristi attendono di leggere le motivazioni della Cassazione, il primo ad esultare è l’avvocato di Marcello Dell’Utri, l’ex senatore di Forza Italia condannato a sette anni di carcere per la stessa fattispecie di reato contestata a Contrada. “Quella emessa dalla Cassazione nei confronti di Bruno Contrada è una sentenza di grande importanza che potrebbe segnare un precedente per molti altri casi. Noi, come legali di Marcello Dell’Utri, valuteremo ora i passi da fare”, dice l’avvocato Giuseppe Di Peri. Consapevole che il suo assistito è stato condannato per fatti commessi fino al 1992, infatti, il legale palermitano aveva già provato a giocarsi la carta europea due anni fa. 

Il reato inventato da Falcone – Era l’aprile del 2015 quando la Corte Europea dei diritti umani aveva stabilito che l’ex superpoliziotto non andava condannato per concorso esterno perché all’epoca dei fatti contestati (che vanno dal 1979 al 1988) il reato “non era sufficientemente chiaro“. Lo sarebbe diventato solo nel 1994 con la sentenza Demitry, che tipizzava per la prima volta quella inedita fattispecie nata dall’unione dell’articolo 110 (concorso) e 416 bis (associazione mafiosa) del codice penale. A “inventarsi” quel reato al tempo del pool antimafia di Palermo era stato Giovanni Falcone: occorreva un modo, infatti, per perseguire i colletti bianchi che contribuiscono continuativamente alla crescita dell’associazione mafiosa senza mai farne parte a livello organico.
Il dispositivo della Corte – E ora sono proprio quei colletti bianchi a festeggiare la decisione della corte di Cassazione, che ha annullato la condanna per Contrada. Quelle cinque righe del dispositivo emesso dalla prima sezione della Corte di Cassazione nella tarda serata del 6 luglio 2017, infatti,  rischiano di spazzare via un quarto di secolo di condanne per concorso esterno. “La corte suddetta annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e dichiara ineseguibile e improduttiva di effetti penali la condanna emessa nei confronti di Contrada Bruno”, scrivono i giudici polverizzando i dieci anni di carcere inflitti all’ex dirigente di polizia nel 2007, alla fine di un tortuoso iter giudiziario. Contrada, dopo una lunga custodia cautelare in carcere, tornò in cella e scontò tutta la pena fino al 2012. A livello pratico, dunque, gli effetti della pronuncia si ripercuoteranno solo sull’aspetto pensionistico, dato che il superpoliziotto era stato sospeso dalla pensione dopo la condanna.

“Incensurato”. “Fatti restano” – “I fatti rimangono fatti, i rapporti di grave collusione con la mafia rimangono accertati nella loro esistenza e gravità. Già questo rende merito al lavoro della procura di Palermo e dei giudici che li hanno accertati”, commenta l’ex pm di Palermo Nino Di Matteo, ora alla Dna. “Di fatto con questa sentenza il mio cliente è incensurato perché tutti gli effetti penali della condanna sono stati revocati”, precisa l’avvocato Stefano Giordano. Per la verità, infatti, né la Cassazione – e nemmeno la Cedu –  mettono in discussione i fatti commessi: quelli sono da considerarsi certi sia per Contrada che per gli altri. La sentenza di Strasburgo, infatti, motivava la sua decisione dell’aprile del 2015 con il principio giuridico contenuto nell’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti umani. “Nulla poena sine lege”: nessuna pena senza una legge che la preveda.

L’errore dei giuristi italiani alla Cedu – Un principio che i giudici di Strasburgo hanno potuto estendere al caso Contrada solo grazie a un errore dei rappresentati dello Stato Italiano, i giuristi Ersilia Spatafora e Paola Accardo. Tra le loro osservazioni, infatti, i due rappresentanti del nostro ministero degli Esteri non hanno obiettato nulla sulla premessa dei giudici di Strasburgo, che definiva il concorso esterno come “creazione della giurisprudenza“.  E invece il reato di concorso esterno ha “un’origine normativa“, perché scaturisce dalla combinazione tra la norma incriminatrice (l’articolo 416 bis) e l’articolo 110 che prevede il concorso nei i vari reati. Senza quella contestazione di merito, quindi, la Cedu ha potuto facilmente condannare l’Italia per il caso Contrada ravvisando la violazione dell’articolo 7 della Convenzione Europea. Un vero e proprio “autogol” dei giuristi italiani, come lo ha definito Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera il 12 agosto del 2015.

La pezza della Cassazione – Alla sentenza Cedu, infatti, la Cassazione aveva già provato a mettere una pezza proprio in quei giorni. Alcuni condannati per concorso esterno al processo Infinito avevano fatto ricorso alla Suprema corte invocando proprio la decisione di Strasburgo su Contrada. La loro istanza era stata respinta, però, dalla II sezione penale della Cassazione che aveva confutato i colleghi europei. “La stessa Corte Costituzionale – scriveva la corte presieduta da Antonio Esposito – ha ribadito che il concorso esterno non è, come postulato dalla Corte Europea dei diritti umani nella citata sentenza Contrada, un reato di creazione giurisprudenziale, ma scaturisce dalla combinazione tra l’articolo 416-bis e il 110″. Parole che in pratica cancellavano quanto stabilito dalla Cedu su Contrada.

Esultano i colletti bianchi –  Ma che adesso vengono neutralizzate da un’altra sezione della Suprema corte, la prima, che ha appunto annullato la condanna per l’ex numero 3 del Sisde lanciando un‘ancora di salvezza a chi ha il medesimo curriculum giudiziario di Contrada. Come Dell’Utri, appunto, o come Ignazio D’Antone, l’ex questore condannato in via definitiva per concorso esterno nel 2004: i fatti contestati al poliziotto sono stati commessi a partire dal 1983, undici anni prima che il reato venisse tipizzato. D’Antone ha scontato tutti gli otto anni di pena ed è stato scarcerato dal 2012. Liberi sono anche gli ex Dc Franz Gorgone ed Enzo Inzerillo, gli unici politici insieme a Dell’Utri ad essere stati riconosciuti colpevoli in via definitiva per concorso esterno. Il primo, ex consigliere regionale siciliano, è stato condannato a sette anni di carcere nel 2004: era accusato di aver avuto contatti con vari mandamenti mafiosi palermitani ai quali garantiva favori in cambio di appoggio elettorale. Il secondo, ex senatore, nel 2011 ha visto diventare definitiva la condanna a 5 anni e 4 mesi con l’accusa di essere stato a disposizione di Giuseppe Graviano.

Se parla Graviano – Lo stesso boss di Brancaccio citato più volte nel processo Dell’Utri , che proprio di recente è stato intercettato in carcere mentre parlava a ruota libera, tirando in ballo Silvio Berlusconi come presunto mandante delle stragi del 1992e 1993. Berlusca – dice il boss intercettato in alcuni colloqui – mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza. Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa. Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”.  “Incontrai Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. Poi mi fece il nome di Berlusconi. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani. E per Paese intendo l’Italia”, ha raccontato, invece, il pentito Gaspare Spatuzza riferendosi a un incontro del 21 gennaio 1994. Pochissimi giorni prima che i Graviano venissero arrestati. E che Silvio Berlusconi vincesse le elezioni.

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