All’epoca dei fatti il reato non “era sufficientemente chiaro“, per questo Bruno Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani. I giudici di Strasburgo hanno ritenuto che all’epoca cui risalgono i fatti, fra il 1979 e il 1988, il reato non “era sufficientemente chiaro e prevedibile e il ricorrente non poteva conoscere nello specifico la pena in cui incorreva per la responsabilità penale che discendeva dagli atti compiuti”. Lo Stato italiano deve versare all’ex agente del Sisde 10 mila euro per danni morali e 2.500 di spese legali.

Contrada si era rivolto alla Corte di Strasburgo nel luglio del 2008 affermando che in base all’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti umani, che stabilisce il principio di “nulla poena sine lege“, lui non avrebbe dovuto essere condannato perché all’epoca dei fatti che gli sono stati imputati il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso non esisteva. Contrada ha sostenuto la stessa tesi anche davanti ai tribunali italiani, ma questi ultimi l’hanno sempre rigettata.

“Ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione del processo e la corte di appello di Caltanissetta mi ha fissato l’udienza il 18 giugno – ha spiegato Giuseppe Lipera, avvocato di Contrada -la sentenza di Strasburgo sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna”. “Ora capisco  – ha aggiunto il legale – perché nonostante le sofferenze quest’uomo a 84 anni continui a vivere”.

Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che negli anni ha sfiorato o colpito imputati eccellenti da Andreotti a Mannino, da Cuffaro a Dell’Utri, si realizza quando una persona, senza essere stabilmente inserita nella struttura di un’organizzazione mafiosa, svolga un’attività, anche di semplice intermediazione, che consista in un contributo per le finalità dell’organizzazione stessa. Non espressamente previsto come delitto autonomo dal codice penale, il concorso esterno in associazione mafiosa è qualificato come combinato tra il “concorso” previsto dall’articolo 110 e l’”associazione mafiosa” prevista dall’articolo 416 bis.

Questa è la terza volta che la vicenda dell’ex funzionario del Sisde viene trattata a Strasburgo. Nel primo caso i giudici stabilirono che la sua detenzione, tra il 24 dicembre 1994 e il 31 luglio 1995, non aveva violato il suo diritto alla libertà. Contrada vide invece accolto nel 2014 il suo secondo ricorso, presentato nel gennaio del 2008, in cui affermava di essere stato sottoposto a trattamento inumano e degradante. I giudici stabilirono che, visto il suo stato di salute, le autorità avrebbero dovuto concedergli i domiciliari appena lui ne fece richiesta e non dopo nove mesi e sette domande. Nella sentenza si legge che “la Corte nota innanzitutto che non c’e’ alcun dubbio che Contrada fosse affetto da numerose patologie gravi e complesse”.

I giudici rilevano poi che l’ex funzionario ha presentato, nell’arco di nove mesi, tra l’ottobre 2007 e luglio 2008, sette richieste di domiciliari, che sono state tutte rifiutate. E questo è successo nonostante Contrada avesse presentato ai tribunali dieci rapporti o certificati medici che, afferma la Corte di Strasburgo, “concludevano tutti, in maniera costante e inequivocabile, che lo stato di salute di Contrada era incompatibile con il regime carcerario cui era sottoposto”. Ma ciò non ha impedito ai tribunali italiani, si legge nella sentenza di Strasburgo, di concludere che le patologie di Contrada “non erano gravi” o che “non era impossibile o molto difficile” curarle in prigione.

Ventitre anni di vita devastati non potrà restituirmeli nessuno. Così come i 10 anni trascorsi in carcere”, è il primo commento di Bruno Contrada. “In questi 23 anni, terribili per me e per le persone che mi vogliono bene, c’è stata sofferenza incredibile – ha proseguito Contrada – che si è manifestata in qualsiasi forma: fisica, morale, professionale e familiare”. “La devastazione totale ha accompagnato ogni giorno della mia vita dal 1993 in poi – ha aggiunto – mi è stato tolto tutto. La Corte europea mi ha dato giustizia, ma non ci può essere soddisfazione. La giustizia italiana deve recepire questa sentenza. Io voglio giustizia dall’Italia“.

Contrada è ansioso di leggere le motivazioni di Strasburgo. “Voglio capire come è possibile che i giudici europei hanno capito quello che in Italia non hanno ancora compreso – ha detto – sinceramente non capisco come sia possibile”. Adesso Contrada spera che la sentenza di Strasburgo possa avere conseguenze anche sulla richiesta di revisione del processo. “Questo pronunciamento ha un valore – ha concluso – che la giustizia italiana non può ignorare”.