Come era avvenuto esattamente quattro mesi fa per Aleppo Est, l’evacuazione di popolazione civile nella regione si è trasformata in una carneficina. Sono diverse decine, secondo vari media siriani, le vittime dell’esplosione avvenuta nella regione della città siriana schiacciata tra Isis, ribelli “moderati” e governativi di Assad appoggiati dai russi. Secondo la televisione siriana le persone che hanno perso la vita almeno 39. Per l’agenzia cinese Xinhua invece i morti sarebbero 70 e 128 i feriti. Per i soccorritori dell’opposizione siriana le vittime sono almeno cento. Un numero che è salito 112 morti secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus).

Raccappricianti le immagini video che arrivano dalla zona dell’attentato.

La deflagrazione, scatenata da un’autobomba guidata da un kamikaze, è avvenuta vicino agli autobus e le ambulanze che stavano portando via i civili da due città a maggioranza sciita nel nord della Siria. Le località nella regione di Idlib sono assediate dai miliziani sunniti. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha reso noto che il veicolo utilizzato nell’attentato è un pick-up. Il convoglio, che si era fermato, era composto da 75 autobus e 20 ambulanze.

In quell’area è in atto un vero e proprio scambio di popolazioni che coinvolge decine di migliaia di persone tra sunniti e sciiti, in forza di un accordo mediato a livello internazionale e stipulato da miliziani filo-iraniani Hezbollah e dai loro rivali dell’ala siriana di al Qaida sostenuti dal Qatar. Le prime settemila persone, tra civili e miliziani, si sono erano messe in moto ieri dopo che Hezbollah e qaedisti si erano scambiati prigionieri e anche corpi di combattenti uccisi. Sessanta bus e circa venti ambulanze con a bordo 1.800 civili e 400 miliziani provenienti da Madaya e Zabadani, tra Damasco e il confine libanese, erano giunti in serata a Khanaser, a sud-est di Aleppo, dopo 13 ore di viaggio.

L’accordo, mediato in primis da Iran e Qatar con l’implicito benestare di Russia, Stati Uniti, Turchia e Arabia Saudita e senza che l’Onu si sia espressa a riguardo, prevede lo svuotamento quasi totale delle quattro località. E la creazione di fatto di ‘cantoni’ omogenei dal punto di vista confessionale: sunniti da una parte e sciiti dall’altra. Madaya e Zabadani sono a maggioranza sunnita in un’area ormai controllata dagli Hezbollah perché in una posizione chiave tra il Libano e la capitale siriana. Fuaa e Kafraya sono le ultime enclave sciite in una zona – Idlib – sempre più dominata da miliziani sunniti estremisti e dove le forze governative-russe-iraniane ammassano i civili delle zone assediate che di volta in volta si arrendono. Osservatori locali e internazionali denunciano l’operazione come parte di un “processo di alterazione demografica del mosaico siriano”: un processo cominciato con l’evacuazione dei civili e miliziani sunniti dal centro di Homs tre anni fa e proseguito in località minori vicino a Damasco, fino ad arrivare alla “bonifica” di Aleppo est nel dicembre scorso e al trasferimento forzato di migliaia di civili da un sobborgo di Homs un mese fa.

Le condizioni dell’evacuazione erano state messe in discussione dopo la partenza dei bus. Motivo, questo, per cui il convoglio filogovernativo si trovava a sostare a Rashideen, mentre quello ribelle sarebbe stato a sua volta bloccato nei pressi di Ramouseh. Le forze anti-Assad, ha riferito a Xinhua una fonte che ha chiesto l’anonimato, avrebbero chiesto che i primi a essere evacuati da Kafaraya e Foa fossero i combattenti. Una richiesta rifiutata per il timore che gli stessi ribelli potessero attaccare le città una volta che queste fossero rimaste sguarnite. Poco dopo è avvenuto l’attentato. Comunque, la situazione pare essersi sbloccata, dal momento che entrambi i convogli hanno ripreso la marcia.  Stando agli ultimi aggiornamenti, gli autobus che trasportano gli evacuati di Madaya hanno ripreso il loro tragitto verso la provincia Idlib, controllata dai ribelli, mentre il convoglio di Foa e Kafaraya si prepara a entrare nella città di Aleppo, controllata dalle forze governative.

L’attenzione sul conflitto in atto da 5 anni e che ha comportato 50mila morti si era riaccesa dopo il bombardamento da parte degli Usa di una base siriana da cui sarebbe partito il bombardamento con armi chimiche della cittadina di Khan Sheikhoun che ha provocato almeno 58 morti tra cui moltissimi bambini. Oggi l’ennesimo tributo di sangue.