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Un bambino di sette mesi morto tra le braccia di sua madre. Giustizia per Sam!

Al TG3 ho visto la storia di Sam, ucciso da un colpo d’arma da fuoco mentre si trovava in auto con i suoi genitori in Cisgiordania. Non mi interessa 'tifare' per una parte, voglio solo giustizia
Un bambino di sette mesi morto tra le braccia di sua madre. Giustizia per Sam!
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Dopo anni di guerre, di bombardamenti, di massacri, di immagini che scorrono ogni sera nei telegiornali e sui nostri telefoni, temo che in molti di noi si sia insinuata una forma di assuefazione. È una parola terribile, ma credo sia quella giusta. Una sorta di anestesia morale, forse di autodifesa, che ci porta a registrare l’orrore senza più reagire come dovremmo.

Ogni giorno ascoltiamo notizie di morti, di bambini uccisi, di famiglie distrutte. Ogni giorno ci indigniamo per qualche secondo e poi passiamo oltre. Perché la ripetizione continua del dolore rischia di consumare la nostra capacità di provare dolore. Poi, però, accade qualcosa. Qualcosa si rompe dentro e fa male.

Qualche giorno fa ho visto un servizio del TG3 sulla morte di Sam, un bambino palestinese di appena sette mesi, ucciso da un colpo d’arma da fuoco mentre si trovava in auto con i suoi genitori in Cisgiordania. Il piccolo corpo avvolto in una bandiera. E lì qualcosa si è definitivamente spezzato. Da quel momento quell’immagine mi ritorna sempre nei pensieri.

Non ho visto un palestinese. Non ho visto un israeliano. Non ho visto una bandiera, una fazione o una ragione geopolitica. Ho visto un bambino di sette mesi morto tra le braccia di sua madre. In quel momento emerge qualcosa che va oltre la politica, oltre le appartenenze religiose, oltre gli schieramenti. Scava nel nostro più profondo senso di umanità, si insinua oltre le barriere dell’assuefazione e della distanza, fa male, sanguina. E ciò che ne scaturisce è la sete di giustizia che vien fuori, rossa, scarlatta e ci ricorda che noi siamo vivi. Ancora. Per questo ho sentito il bisogno di scrivere.

Non scrivo queste parole per alimentare l’odio verso qualcuno. Non mi interessa partecipare alla gara delle tifoserie che troppo spesso accompagna ogni conflitto. Non mi interessa stabilire da che parte stare. Non ho condanne sommarie da attribuire.

Mi interessa chiedere giustizia.

Se la morte di Sam è stata il risultato di un errore, come è stato riferito, allora quell’errore deve essere accertato. Se esistono responsabilità, devono essere individuate. E rivolgo questo appello a chiunque possa far sentire la sua voce, le organizzazioni internazionali, le associazioni che si occupano della tutela dell’infanzia, i governi, il governo italiano, ciascuno e tutti i cittadini d’Israele. Perché se un soldato, se quel soldato, ha sbagliato, egli deve risponderne davanti a una giustizia indipendente e imparziale. Potendosi legittimamente difendere. Perché la verità non può essere sacrificata alla guerra.

La richiesta di giustizia non è un atto contro qualcuno. È un atto a favore della nostra comune umanità. Perché quando un bambino muore in questo modo e nessuno sente il dovere di accertare fino in fondo cosa sia accaduto, perdiamo tutti qualcosa. Perdiamo un pezzo di quel patrimonio morale che ci distingue dalla barbarie. Le guerre producono inevitabilmente vittime innocenti. Le chiamano “vittime collaterali”, un’espressione fredda, burocratica, quasi tecnica. Ma dietro quelle parole ci sono volti, nomi, famiglie, vite spezzate. C’è Sam. Ci sono i bambini ucraini. Ci sono i bambini sudanesi. Ci sono i bambini di tutte le guerre. E ogni volta che uno di loro muore, il nostro primo dovere non è scegliere una bandiera. È non tacere. Per questo oggi voglio dirlo con semplicità: chiediamo giustizia per Sam. Non per trasformare la sua morte in uno slogan, ma perché nessun bambino dovrebbe morire nell’indifferenza e nessuna famiglia dovrebbe essere privata del diritto alla verità.

Chiediamo giustizia per Sam. Solo giustizia.

[Immagine d’archivio]

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