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Barcellona molla il bike sharing privato. Bici abbandonate e conflitti con i pedoni: la città si affida solo al servizio pubblico

Dal gennaio 2025, da quando cioè il Comune aveva concesso le licenze imponendo alle aziende l'obbligo esplicito di garantire "civismo e convivenza", sono state emesse oltre 5.400 sanzioni. Il carro attrezzi ha rimosso più di 2.000 biciclette dalla via pubblica perché ostruivano passi pedonali o posti auto. Le segnalazioni dei residenti hanno sfiorato quota 4.500
Barcellona molla il bike sharing privato. Bici abbandonate e conflitti con i pedoni: la città si affida solo al servizio pubblico
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Quasi 3.500 biciclette in meno per le strade di Barcellona. Il sindaco socialista Jaume Collboni ha annunciato che il Comune non rinnoverà le licenze alle sette aziende private di bike sharing che operano in città tramite app — Lime, Voi, Bird, Ridemovi, Cooltra, Boltest, Smart Cycles — mettendo fine a un esperimento che, nei numeri, si è rivelato un fallimento.
Il modello in questione è il cosiddetto free-floating: si scarica un’app, si localizza la bici più vicina, la si sblocca con lo smartphone e si paga a minuto. Nessuna stazione di partenza, nessuna di arrivo. La bici si lascia dove capita — sul marciapiede, davanti a un portone, di traverso sulla pista ciclabile. Una libertà che sulla carta suona come flessibilità, nella pratica si traduce in biciclette abbandonate ovunque e residenti esasperati.

Dal gennaio 2025, da quando cioè il Comune aveva concesso le licenze imponendo alle aziende l’obbligo esplicito di garantire “civismo e convivenza”, sono state emesse oltre 5.400 sanzioni. Il carro attrezzi ha rimosso più di 2.000 biciclette dalla via pubblica perché ostruivano passi pedonali o posti auto. Le segnalazioni dei residenti hanno sfiorato quota 4.500. Il dato forse più emblematico: ogni singola bici di queste flotte ha ricevuto almeno una multa. “Le aziende hanno tentato di mettere un po’ d’ordine, ma i risultati non ci sono stati”, ha dichiarato Collboni a Catalunya Ràdio. “Ci troviamo biciclette mal parcheggiate dappertutto”.

A rendere la decisione ancora più netta, un dato sociologico: il 90% degli utenti delle app private sono turisti, non residenti. Il bike sharing a gettone, pensato per alleggerire il traffico urbano quotidiano, è di fatto diventato un servizio di svago per i visitatori e il disagio è rimasto tutto sulle spalle di chi in quella città ci vive. Che non si tratti di una crociata contro la bicicletta lo dimostra l’altra faccia della misura: il potenziamento del Bicing, il servizio municipale attivo dal 2007 riservato ai soli residenti — i turisti ne sono esplicitamente esclusi, occorre un documento di residenza per abbonarsi. Oggi conta 8.000 bici, 5.000 delle quali elettriche, distribuite su 593 stazioni in tutta la città, per un totale di 170.000 abbonati. È uno dei sistemi di bike sharing pubblico più grandi d’Europa e la differenza con il free-floating è strutturale: le bici si prendono e si restituiscono in stazioni fisse, nessuno le lascia in mezzo al marciapiede. Il Comune ha annunciato un’ulteriore espansione del servizio nel 2027. Restano escluse dalla stretta le botteghe fisiche di noleggio bici, presenti soprattutto nell’Eixample e nella Città Vecchia. Collboni le ha definite “un’alternativa locale che sostiene l’economia locale”: il cliente riporta il mezzo a fine corsa e il problema dell’abbandono semplicemente non si pone.

Barcellona non è sola. Da Parigi a Madrid, molte città europee stanno faticosamente ricalibrando il rapporto con la micromobilità privata in modalità free-floating. Monopattini e bici elettriche hanno colonizzato i centri storici promettendo una rivoluzione verde, lasciando spesso in eredità marciapiedi intasati e conflitti con i pedoni. La risposta catalana è tra le più radicali fin qui adottate: fuori le app, dentro il pubblico. Una scommessa che potrebbe diventare modello o, a seconda degli esiti, monito per le altre capitali del Vecchio Continente.

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