“Si sta dicendo da settimane che il presidente della Juve era consapevole di chi fosse Rocco Dominello. Se non si trova traccia di quella intercettazione, si apre uno scenario completamente diverso, visto che finora si sono accostate la Juventus e la ‘ndrangheta”. Il giorno dopo lo scontro in commissione Antimafia e i colloqui telefonici svelati dall’Huffington Post, il senatore del Pd Stefano Esposito torna a ribadire a ilfattoquotidiano.it quanto aveva sostenuto già nella tarda serata di mercoledì, 22 marzo. Tutto ruota attorno a una frase: “I due fratelli sono stati arrestati, Rocco è incensurato, parliamo con lui”. Sarebbe la prova, secondo la Procura Figc, che il presidente della Juventus Andrea Agnelli conoscesse la storia famigliare di Rocco Dominello.

Quell’intercettazione, riportata nel corso di un’altra audizione (secretata) da parte di un altro soggetto, ha sostenuto l’avvocato della Juventus Luigi Chiappero, non era conosciuta dal club: non è presente né nell’atto di deferimento né in altri. Per questo il legale è rimasto sorpreso quando durante la seconda parte della sua audizione a Palazzo San Macuto, mercoledì 22 marzo, gli è stata letta da Esposito. Il senatore dem e Massimiliano Manfredi, altro esponente Pd in Antimafia, hanno sostenuto mercoledì sera in una nota: “Da una nostra verifica sulle intercettazioni trasmesse dalla procura di Torino alla commissione, non abbiamo trovato traccia della stessa”.

In quali atti è contenuta quindi quella intercettazione? E in quale audizione è stata riferita alla commissione? Interrogativi sui quali i due parlamentari del Partito democratico chiedono di fare chiarezza. “Abbiamo chiesto alla presidente Rosy Bindi di verificare presso la procura di Torino se esistono intercettazioni che non sono state trasmesse – dicono Esposito e Manfredi – perché risulta evidente che l’eventuale inesistenza di questa intercettazione avrebbe particolare rilievo rispetto alla discussione fin qui avvenuta”. Quella frase, infatti, è la base della tesi secondo cui Agnelli fosse a conoscenza della caratura criminale di Rocco Dominello, accusato nel processo Alto Piemonte – iniziato oggi – di associazione per delinquere di stampo mafioso. “Non è un boss mafioso, valuteremo ai fini di querela le dichiarazioni rese da tutti quanti, comprese quelle del procuratore federale Giuseppe Pecoraro. Agnelli dice il vero quando afferma di non avere mai incontrato un boss, perché il mio assistito non lo è”, ha detto oggi Ivano Chiesa, legale di Dominello.

Una vicenda che esula comunque dal capo di accusa di Agnelli – non implicato, come qualunque altro dirigente della Juve, nell’indagine penale – da parte della procura Figc, che contesta la gestione della vendita dei posti assegnati allo Juventus Stadium perché configurerebbe la violazione dell’articolo 12 della giustizia sportiva. Ma in questo quadro si è inserita la figura di Dominello, motivo per il quale i bianconeri non patteggeranno davanti alla giustizia sportiva: “Questa esperienza ci ha minato profondamente – ha detto Chiappero – Se ammettiamo quanto ci viene contestato sulla gestione della vendita dei posti assegnati, quello che non ci consente di chiudere la partita col procuratore federale (patteggiando, nda) è che siamo accusati di aver utilizzato, sapendolo, Rocco Dominello, della cui provenienza eravamo invece totalmente all’oscuro. Non avevamo motivo di avere il minimo sospetto”.

Per la Juventus era solo un ex ultras incensurato e Agnelli non ha avuto contatti “amicali” con lui. Secondo l’intercettazione, citata ieri dal senatore Esposito durante l’audizione in Antimafia, il presidente conosceva la sua storia famigliare. Inoltre, sostiene l’avvocato di Dominello, gli incontri tra i due ci furono ma vanno letti in un’ottica diversa: “Si sono incontrati più volte, sia a tu per tu, sia alla presenza di altre persone, come spesso accade tra un presidente di una squadra di calcio e il rappresentante di un gruppo ultras. Sono stati incontri leciti, alla luce del sole”, ha riferito a margine della prima udienza del processo Alto Piemonte.

Esposito e Manfredi hanno anche voluto sottolineare che per Loris Grancini, citato nelle intercettazioni rivelate dall’Huffington, “la questura di Torino aveva richiesto 8 anni di Daspo” ma “abbiamo appreso dal sito internet del Grancini stesso che, nella giornata di martedì un giudice del tribunale di Torino ha negato il provvedimento”. “Pur nel rispetto delle valutazioni del magistrato, risulta evidente come sia necessario riflettere sulle oggettive difficoltà attraverso le quali si muovono le società calcistiche italiane – concludono – soprattutto se figure dal profilo criminale come quelle di Grancini possono continuare liberamente ad accedere agli stadi”.