Un tono più morbido. Il tentativo di dare alla sue promesse in campagna elettorale una dimensione più larga e accettabile. E’ il senso dei sessanta minuti di discorso di Donald Trump davanti al Congresso a Camere riunite; il suo primo discorso di “programma” al Congresso, in cui Trump ha dichiarato “un nuovo capitolo di grandezza americana”, cercando anche di proporre una sorta di tregua ai suoi tanti nemici e oppositori politici. “Siamo un solo popolo, con un solo destino” ha spiegato Trump. “Il tempo del pensiero meschino è finito. Il tempo degli scontri triviali è dietro di noi. Abbiamo bisogno di coraggio per condividere i sogni che ci riempiono i cuori”.

Trump è arrivato al Congresso dopo aver lanciato una proposta-bomba in alcune interviste televisive: garantire la permanenza negli Stati Uniti agli immigrati che non hanno commesso crimini seri. Si sarebbe trattato di un vero e proprio ribaltamento nella retorica e nelle idee utilizzate in campagna elettorale e nei primi quaranta giorni di presidenza. La proposta non ha trovato reale espressione e sviluppo nel discorso al Congresso, ma ha rivelato una cosa: la possibilità che Trump cercasse un tono diverso rispetto a quello, sinora seguito, di continua e dura contrapposizione.

E’ stato, almeno in parte, così. Nel discorso – in cui ha solo toccato le questioni relative alla sanità e alla riforma fiscale, senza offrire strategie precise – Trump ha offerto una sorta di ramoscello d’ulivo ai suoi oppositori e agli stessi esponenti del suo partito. Ha parlato di uno dei temi favoriti dei democratici, quello del congedo familiare pagato (e qui, i democratici si sono alzati dai loro scranni e hanno applaudito); ed è arrivato a parlare della necessità di collaborare con gli alleati musulmani per sconfiggere lo Stato Islamico, riconoscendo anche i costi umani pagati dai musulmani in Medio Oriente: l’Isis, ha detto Trump, “è una rete di selvaggi senza legge che assassina musulmani e cristiani, e uomini, donne e bambini di ogni fede e credenza religiosa”.

Il tono diverso, più aperto rispetto al passato, non ha comunque significato un reale cambiamento di rotta nelle sue politiche. Trump ha ancora una volta fatto esplicito riferimento al “terrorismo dell’Islam radicale” (qui sono stati i repubblicani a balzare in piedi e ad applaudire), ha rilanciato la promessa di costruire il Muro e ha difeso con forza il suo bando ai cittadini di sette Stati a maggioranza musulmana: “Non possiamo consentire che una testa di ponte di terrorismo si costituisca all’interno dell’America – ha detto -. Non possiamo consentire che la nostra nazione diventi un santuario per gli estremisti”.

Proprio sul tema immigrazione, Trump non ha ripetuto la proposta fatta poco prima, sulla legalizzazione degli irregolari. Non ha però nemmeno usato la retorica incendiaria usata in altri momenti. Ha piuttosto chiesto una revisione profonda delle politiche sull’immigrazione, attraverso un “sistema basato sul merito” che ammetta soltanto coloro che “sono in grado di sostenersi finanziariamente”. Se non ci sono state le clamorose prese di posizione che hanno segnato soprattutto i mesi di campagna elettorale, Trump ha voluto comunque rassicurare il suo elettorato: “Mentre vi parlo, stiamo rimuovendo i membri delle gang, i mercanti di droga e i criminali che minacciano le nostre comunità e depredano i nostri cittadini. I cattivi vengono cacciati mentre vi parlo e come avevo promesso”.

Trump ha parlato leggendo da un teleprompter (si temevano, come in altre occasioni, divagazioni polemiche e non preparate). Ha seguito il copione deciso ed è apparso serio e contenuto. Rispetto ad altre occasioni, soprattutto in campagna elettorale, il suo messaggio è apparso più ottimistico e l’immagine d’America rilanciata non è stata a tinte particolarmente fosche. I repubblicani si sono più volte alzati ad applaudire, mentre i democratici sono rimasti per gran parte del discorso graniticamente seduti ai loro posti. Il momento forse più emozionante della serata è stato quando Trump ha presentato Carryn Owens, la vedova di William Ryan Owens, il Navy Seal ucciso durante un raid nello Yemen. La donna ha pianto; Trump ha detto che “l’eredità di Ryan è iscritta nell’eternità”. Anche su questo però, poche ore prima, c’era stata polemica. Il presidente non si era preso la responsabilità del raid, e quindi della morte del soldato, addossandola invece sui generali Usa.

Uno dei momenti più attesi della serata era quello relativo al capitolo sanità. Trump ha ancora una volta ripetuto la sua intenzione di cancellare l’Obamacare, sostituendolo con una riforma che “allarghi la possibilità di scelta, aumenti gli accessi, abbassi i costi e al tempo stesso fornisca un’assistenza sanitaria migliore”. Senza dare molti dettagli, ha parlato di un piano “di crediti e risparmi fiscali” che aiutino nell’acquisto di un’assicurazione sanitaria e che garantiscano “una transizione stabile” dall’attuale sistema.

Nel discorso non c’è stata menzione della questione nordcoreana. Nessun accenno al tema della Russia, che da settimane grava sull’amministrazione; in omaggio al tono più contenuto, Trump non ha attaccato la stampa e il mondo delle “fake news”, obiettivo polemico privilegiato di questi mesi. Per quanto riguarda la riforma fiscale, una delle sue promesse, il presidente ha detto che il suo team “sta preparando una riforma storica”, in grado di “ridurre le tasse per le nostre società che potranno così competere e prosperare ovunque”. Dopo aver aggiunto di pensare anche a un “massiccio sostegno fiscale” per la classe media, Trump non ha detto di più. Sulla questione delle spese militari, c’è stata invece la conferma del “più ampio aumento nella spesa per la difesa della storia americana” con un piano che aumenta i finanziamenti al Pentagono, fermi al 2011, di almeno 54 miliardi di dollari.

Nell’insieme, Trump è parso voler stabilire un contesto più tranquillo dove realizzare le sue politiche. Più che ai democratici – che hanno peraltro già rigettato le offerte di Trump; Tom Perez, il nuovo chairman del partito democratico, ha parlato di “un discorso alla Steve Bannon, con il sorriso” – le parole di Trump sono parse rivolte ai repubblicani, che si mantengono divisi sulle sue proposte e del cui appoggio Trump ha comunque bisogno. Dopo un mese dal suo arrivo alla Casa Bianca, Barack Obama aveva stabilito una consuetudine di lavoro e collaborazione con i democratici del Congresso, che avevano già votato il pacchetto di incentivi e tagli alle tasse per 787 miliardi di dollari. Questa consuetudine e questa collaborazione mancano ancora nel rapporto tra Trump e i repubblicani. Il “sorriso”, con cui il nuovo presidente è arrivato al Congresso, serve probabilmente anche e soprattutto per inaugurare un nuovo stile e una nuova sostanza di relazioni con il partito che domina Camera e Senato.