Era “fortemente determinata a dare il proprio contributo all’attuazione delle azioni terroristiche, ed anzi era desiderosa di compierle in prima persona” e il suo “scopo” era “contribuire alla crescita ed al rafforzamento” dell’Isis “anche attraverso l’arruolamento” dei familiari che, se non fossero riusciti a raggiungerla, avrebbero dovuto fare “il jihad in Italia”. Così i giudici della I corte d’Assise di Milano motivano la sentenza di condanna a nove anni per Maria Giulia “Fatima” Sergio, la prima foreign fighter italiana andata in Siria nel 2014. Dove potrebbe ancora trovarsi, anche se la sorella Marianna, nei giorni scorsi, ha detto, però, che potrebbe anche essere già morta.

La Corte, accogliendo l’impianto accusatorio del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, prima a capo del pool antiterrorismo milanese e ora alla Dna, e del pm Paola Pirotta, ha condannato anche il padre della 29enne, Sergio Sergio, a 4 anni, e il marito, l’albanese Aldo Kobuzi, a 10 anni, oltre ad emettere altre 3 condanne fino a 9 anni in quella che è stata la prima sentenza in Italia a carico di foreign fighter che si troverebbero ancora nelle zone di guerra.

Nelle 98 pagine di motivazioni del verdetto, da poco depositate, i giudici, oltre a ricostruire “l’unicità di questo procedimento” da cui sono emersi molti dettagli sullo “‘smistamento’ dei foreign fighter” e sul “funzionamento” interno dello Stato islamico, analizzano “le condotte poste in essere in Siria” da Fatima che “aveva iniziato ad addestrarsi all’uso delle armi” perché voleva combattere per l’Is. Lei che, inoltre, ha avuto anche un ruolo dalla Siria “nel coinvolgimento dei propri familiari: è a seguito delle sue insistenze, e della sua offerta di aiuto nell’organizzazione del viaggio, che questi avevano deciso di raggiungere i territori dell’Is”. Il padre, la sorella Marianna e la madre di ‘Fatima’ (che è morta nei mesi scorsi) erano stati arrestati nel luglio del 2015.

La “insistenza di Maria Giulia” sui suoi familiari, come scritto nelle motivazioni, “spesso connotata da toni aggressivi e comunque perentori, faceva leva soprattutto sull’inderogabile obbligatorietà per ogni musulmano dell’egira, ovvero del viaggio verso la ‘terra dello Sham’ dove si è instaurato il Califfato”. Lei, scrive la Corte, “non intendeva organizzare semplicemente un viaggio di ‘ricongiungimento familiare, bensì voleva che anche i suoi familiari rispondessero alla chiamata individualizzata al jihad lanciata dai vertici dell’Is, fornendo il proprio contributo personale”. Per la giovane, scrive la Corte, “la loro unica preoccupazione doveva essere quella di sostenere la crescita dello Stato islamico, come lei stava facendo”. Anche i suoi familiari, quindi, dovevano essere “disposti a lasciare tutto per uccidere i miscredenti”.