Sette gennaio 2015. A Parigi i fratelli Kouachi hanno appena falcidiato a colpi di kalashnikov la redazione di Charlie Hebdo al grido di “Allahu Akbvar”. Poche ore dopo, due donne che hanno giurato fedeltà all’Isis festeggiano la mattanza parlando via Skype. Sono Maria Giulia Fatima Sergio e la sua guida spirituale, Haik Bushra. La prima si troverebbe in Siria. La seconda, dopo gli studi a Bologna, ha trovato rifugio in Arabia Saudita da dove approfitta della strage per impartire all’adepta una delle sue lezioni: “L’uccisione degli occidentali miscredenti non solo è legittima, ma è un dovere. Non si tratta di uccidere innocenti, perché queste persone non sono innocenti poiché fanno parte di Paesi occidentali che vogliono colpire i Paesi musulmani”.  “Quindi – continua nel suo ragionamento Bushra – dobbiamo fare in modo che quello che noi impariamo lo applichiamo, che ci serva proprio come guida pratica. È inutile che noi impariamo tutto questo, i principi dell’Islam e poi diciamo di non poterli applicare al giorno d’oggi. Questo è sbagliato. Nei territori conquistati dai nostri fratelli viene applicata la sharìa non come negli altri territori musulmani. Queste persone che dicono ‘no, noi non possiamo fare attacchi contro gli occidentali perché sono innocenti’, sbagliano. Perché non sono innocenti, mandano i loro eserciti a uccidere i musulmani in tutto il mondo e meritano di vivere con il terrore nei loro cuori”.

Concetti semplici e deliranti, utili, però, a capire la deriva compiuta da cittadini occidentali che decidono di giurare fedeltà all’Isis. Come è accaduto a Maria Giulia Sergio, 29enne di Inzago, nel Milanese, e alla sua famiglia. Maria Giulia nel 2008 si converte all’Islam, cambia il suo nome in Fatima e inizia la sua personale radicalizzazione. La sua storia viene ricostruita nell’aula della Corte d’Assise di Milano dal sostituto procuratore del pool Antiterrorismo Maurizio Romanelli, oggi passato alla Dna, nel corso del primo processo a un gruppo di foreign fighters italiani. Il dibattimento è arrivato alle battute finali con le richieste di condanna avanzate da Romanelli e dal pm Paola Pirotta: nove anni per Fatima, per il marito albanese Aldo Kobuzi e per la cosiddetta ‘maestra indottrinatrice’ Haik Bushra. Altre due condanne a otto anni sono state richieste rispettivamente per la madre e la sorella di Kobuzi, Donika Coku e Seriola Coku. Tutti e cinque gli imputati sono ad oggi latitanti. L’unico agli arresti domiciliari è il padre di Fatima, Sergio Sergio, per cui la Procura invoca tre anni e quattro mesi.

Maria Giulia nel 2008 si converte all’Islam, cambia il suo nome in Fatima e inizia la sua personale radicalizzazione

Prima di chiedere le pene, Romanelli ha voluto delineare il profilo di Fatima e ripercorrere la sua parabola islamista che raggiunge l’apice nel 2014. Lo stesso anno in cui lo Stato islamico vive il periodo di massima espansione. Quando “intere famiglie – ricorda il magistrato – partono e una volta arrivate convincono altre famiglie a lasciare i paesi di origine”. “Effetto cascata”, lo chiama il magistrato. “Questi nuclei vanno a formare la base dell’Isis che ha l’obiettivo di creare uno Stato” e per questo ha bisogno di attirare a sé il maggior numero di famiglie, “alle quali fin dall’inizio si rivolge, a differenza di al-Qaida, composta esclusivamente da combattenti”. Fatima raccoglie l’appello. Ma prima deve sposarsi con un aspirante mujaheddin. Dopo aver scartato diversi pretendenti, la scelta cade sull’albanese Aldo Kobuzi, un ragazzo descritto come “normale” in cui, però, a un certo punto della vita scatta il desiderio di traferirsi in Siria con la famiglia per combattere tra le fila dell’Isis. I futuri sposi non si sono mai visti di persona. Per questo Fatima decide di sottoporre Kobuzi “a un test di affidabilità religiosa, con un vero e proprio questionario”, come ricostruisce Romanelli davanti ai giudici. Il loro sarà un “matrimonio combinato”, “nato per via telematica e funzionale solo per partire a fare il Jihad” nello Stato Islamico che provvede ad ogni forma di sostentamento per le famiglie, afferma Romanelli.

Pochi giorni dopo le nozze, infatti, i due partono. È il novembre 2014. Appena arrivati inizia la loro esistenza parallela. Il racconto in presa diretta di come si vive sotto le effigi nere di Daesh viene ricostruito nel dibattimento grazie alle intercettazioni raccolte dal pool Antiterrorismo della Procura e dalla Digos. Si scopre così che Fatima diventa un’insegnante all’interno della comunità di albanesi. Aldo Kobuzi, nome di battaglia Said, si sottopone invece a un periodo di addestramento per diventare “un vero mujaheddin”, racconta via Skype Fatima alla sorella Marianna Sergio, arrestata nel luglio 2015 assieme al padre e alla madre Assunta Buonfiglio (morta più di un anno fa) prima della loro partenza per la Siria per raggiungere Maria Giulia. Ricostruisce Romanelli in aula: “Fatima dice alla sorella che Said è stato trasferito in Iraq e l’addestramento è quasi completato. Maria Giulia dice di essere contenta che l’abbia completato perché se l’avesse completato prima sarebbe stato mandato in un teatro di guerra pericoloso. Durante il periodo di addestramento, Lo Stato Islamico provvede a lei, in particolare con la distribuzione del bottino di guerra”. Una volta concluso l’iter militare, Sai viene “iscritto nel registro dei mujaheddin e viene assegnato alla polizia religiosa”.

Anche Fatima vorrebbe combattere. Ma alle donne non è concesso. Viene comunque addestrata all’uso delle armi, ricorda Romanelli: “Ma solo in un’ottica difensiva. Fatima dice chiaro che non vede l’ora di andare in combattimento”. “Il Jihad è l’azione più grande e meritoria per Allah. Io spero ogni giorno che il Califfo dia la conferma alle donne per il Jihad. Quando darà la conferma io vi saluto perché non vedo l ora di morire da martire”, dice Fatima in un’intercettazione del marzo 2015.

Il “matrimonio combinato” di Fatima con un musulmano albanese “nato per via telematica e funzionale solo per partire a fare il Jihad”

Se nel regno del Califfo nero solo agli uomini è concesso di imbracciare i kalashnikov, alle donne è affidato un ruolo non certo secondario: quello di convincere altre famiglie a partire per la “Terra promessa del terrorismo”. È “l’effetto cascata”. Ed è quello che fa Fatima, che “fin da gennaio 2015 inizia a svolgere un’attività molto pesante nei confronti dei familiari per convincerli a raggiungere il califfato”, dice il procuratore Romanelli. Il 20 marzo finalmente viene presa la decisione di partire da parte del padre Sergio Sergio, della madre Assunta Buonfiglio e della sorella Marianna. Ma cinque giorni il capofamiglia fa retromarcia dopo il ripensamento della moglie che non se la sente di andare a vivere in Siria. Il passo indietro manda su tutte le furie Fatima: “Tu sei chiamato all’Islam tu, sei chiamato all’egira. Tu comandi in casa. Se tu stasera decidi che non si mangia nessuno mangia perché tu decidi, tu sei l uomo di casa. Prendi la mamma per i capelli e vieni qua a fare l’egira. Se Said decide che io non posso uscire, io non posso uscire”. L’uomo cambia nuovamente idea. E si convince a raggiungere la Siria insieme alla moglie e all’altra figlia. Ma l’arresto da parte della Digos fa fallire i suoi piani. Durante il processo si è difeso sostenendo che la sua scelta era dettata da una sorta di “ricongiungimento familiare”. Non la pensa così il sostituto procuratore Romanelli che ha chiesto di condannare l’uomo a tre anni e quattro mesi perché ha deciso consapevolmente di organizzare il viaggio verso l’abisso Daesh.