“Il kalash è la cosa più bella, come avere davanti a te una donna bellissima, come avere Belén tra le braccia”. Il ragazzo moro parla, sullo sfondo il carcere minorile di Airola (Benevento). Davanti a sé non ha né un kalashnikov, né Belén Rodríguez, ma una telecamera. Si chiama Mariano, è uno dei baby killer della camorra intervistato del docufilm Robinù presentato al Festival di Venezia da Michele Santoro, Maddalena Oliva e Micaela Farrocco. Ma Mariano è anche uno dei protagonisti della rivolta avvenuta nei giorni scorsi nel carcere di Airola. Agenti minacciati con i piedi dei tavoli e i manici di scopa, altri feriti e una sezione dell’Istituto penale per i minorenni sfasciata. E la tensione che sale, da mesi in realtà. Perché nel luogo che dovrebbe tutelare i minorenni, si respira criminalità. Così quando parla del kalashnikov, a Mariano brillano gli occhi, come se alle sue spalle non ci fosse un carcere. E c’è un perché per la sceneggiatrice Maddalena Oliva. “Perché rappresenta per i ragazzini che abbiamo incontrato io e Micaela Farrocco – spiega a ilfattoquotidiano.it – una possibilità per acquisire punti nella carriera criminale, uno step fondamentale per conquistare lo status di boss a tutti gli effetti. ‘Il carcere te lo devi saper fare’, ci dicevano i nostri protagonisti”.

CHI È MARIANO A. – Il ragazzo intervistato nel documentario, coinvolto anche nella rivolta, si chiama Mariano A., appartiene al clan di Ponticelli e, secondo i magistrati, avrebbe fatto parte della paranza di fuoco dei D’Amico, il clan che controlla la periferia orientale di Napoli. L’accusa è quella di aver ucciso insieme a un altro ragazzo Raffaele Canfora, 25 anni, esponente del clan di Vanella Grassi di Secondigliano. Ad Airola sta scontando una condanna (non ancora definitiva) a 16 anni per omicidio aggravato dalle finalità camorristiche, distruzione e soppressione di cadavere, porto abusivo d’armi. Questa la cronaca. Ma quello che c’è nelle parole del ragazzo durante l’intervista è molto di più, perché racconta in modo diretto e senza alcuna mediazione la storia sua e di tanti altri ridotti a carne da macello. Così a Napoli, negli ultimi due anni, è in atto una guerra tra bande di adolescenti, a colpi di kalashnikov, che conta ormai oltre 60 morti. È la cosiddetta ‘paranza dei bambini’, ragazzini che sono riusciti a imporre una nuova legge di camorra per il controllo del mercato della droga.

IL KALASHNIKOV – La notizia che il ragazzo sia uno dei protagonisti delle aggressioni nel carcere di Airola non meraviglia affatto Ciro Auricchio, segretario campano dell’Uspp (Unione Sindacati Polizia Penitenziaria): “Il cosiddetto ‘giovane detenuto’ in questione appartenente a un clan di Ponticelli, esalta nel trailer del docufilm il suo stato criminale, manifestando disprezzo verso le istituzioni e forze dell’ordine”. Nel docufilm Mariano non recita, non deve. E allora racconta brutalmente se stesso: “Quando tenevo u’ kalash in mano, mi sentivo u’ padrone. Il kalash è a 33 colpi e ogni proiettile è grosso così”. Ma quanto è accaduto ad Airola nei giorni scorsi è la chiara prova che le parole, in questo caso, non restano solo sulla carta. “Io ti uccido con quel coso in mano, basta che ti metti su una moto o in una macchina, lo prendi in mano e, anche se vedi le guardie, spari addosso e scappi”. Questo fanno i ragazzi, che a 15 anni imparano a sparare e a 20 sono già killer consumati. Le forze dell’ordine? Lo spiega bene Mariano quale sia la percezione della loro presenza sul territorio: “Se sei in moto non riescono a fermarti e, comunque, si bloccano già quando vedono ‘u kalash. Lo sanno che gli spariamo addosso”. Come una guerra in cui si studia l’avversario: “E le guardie pensano ‘per 1500 euro devo rischiare la vita?’ e si fermano. Con u’ kalash in mano non hai paura della morte”. Ecco perché il segretario campano dell’Uspp sottolinea la pericolosità di queste parole. Che non restano solo sulla carta. “Dalle sue dichiarazioni – dice Auricchio – trapela l’assenza di qualsiasi ravvedimento rispetto ai crimini commessi”. E poi c’è il pericolo più grave: “Questi soggetti vanificano i processi di riabilitazione degli altri minorenni ospitati nelle strutture penali minorili”. E allora che fare?

LA RIFLESSIONE – E proprio sul ruolo del carcere e su quello che rappresenta per Mariano e per gli altri ragazzi che la sceneggiatrice Maddalena Oliva offre una chiave di lettura. “In carcere – spiega – per quello che abbiamo potuto vedere direttamente, questi ragazzini vivono come fossero a casa loro, come se la cella fosse un’estensione del loro vicolo, o quartiere”. E provano a riprodurre le dinamiche criminali che governano la strada: “Non c’è, per loro, distinzione tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’. E dalle celle provano a comandare, ad affermare la loro superiorità su qualche altro capetto riferibile a un altro gruppo, a un’altra famiglia, a un altro clan”. Svanisce così il limite tra ragazzi e uomini anche in prigione, tra ‘guaglioni’ e ‘capi’. E Mariano smette di essere tra i primi, per aspirare a diventare di più. Per la sceneggiatrice “il problema non è evidentemente solo un problema di pene, di sicurezza, di numero di agenti penitenziari o della opportunità che i ragazzi di vent’anni convivano nelle strutture carcerarie con i minori”. Piuttosto è interrogarsi “su che come funzionino queste strutture penitenziarie minorili, su come i ragazzi impieghino il loro tempo, sui corsi che fanno”. Perché molti di loro passano le loro giornate in mezzo alla noia. “Quest’analisi è necessaria – commenta Maddalena Oliva – per farlo diventare soprattutto una questione di recupero”.