Il dottor Fabrizio Cinquini può coltivare la sua cannabis terapeutica: non è spaccio, il principio thc è troppo basso. Lo ha deciso venerdì scorso il giudice per le indagini preliminari di Lucca, che si è trovato a stabilire se quelle 16 piante in vaso più 8 a terra che il chirurgo fortemarmino, 52 anni, era stato sorpreso ad annaffiare un anno fa, mentre si trovava confinato nel comune di Forte dei Marmi per una precedente condanna per coltivazione, erano o no destinate al mercato. A ilfattoquotidiano.it, lo stesso medico aveva detto: “Temo una pena che scoraggi i malati”. E invece un’assoluzione ha rotto la catena di arresti ai quali Cinquini era abituato da quando si era messo a coltivare la cannabis per scopi di ricerca e per trattare la sua malattia, un’epatite c contratta nel 1997 operando in emergenza un paziente col virus.

La sua assoluzione potrebbe creare un precedente per tutti quei malati che vorrebbero coltivarsi la pianta perché hanno difficoltà a farsi prescrivere i farmaci cannabinoidi autorizzati e non vogliono rivolgersi al mercato nero. Resta cauto, non conoscendo ancora le motivazioni della sentenza, l’avvocato Caro Alberto Zaina: “Il giudice forse ha aderito a quell’orientamento che dice che dobbiamo valutare la capacità delle piante di produrre un quantitativo di sostanza tale da influenzare il mercato e non credo sia questo il caso per i 19 grammi di prodotto che si sarebbero ottenuti dalle piante di Cinquini, se lui li avesse ceduti. Ma è un discorso ipotetico, sappiamo benissimo che non li avrebbe ceduti. Cinquini coltivava per sé”.

I precedenti di Cinquini, coltivatore recidivo
Nel 2013, dopo che gli erano state trovate circa 300 piante, il Tribunale di Lucca lo aveva condannato a 6 anni, 30mila euro di multa e interdizione perpetua dai pubblici uffici, con una legge, la Fini-Giovanardi, dichiarata incostituzionale dopo appena 2 mesi. Nel carcere di San Giorgio, a Lucca, il chirurgo iniziò uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni della struttura. Fu sottoposto a perizia psichiatrica e trasferito all’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, dove fu certificato sano di mente e quindi trasferito nel penitenziario di Massa, dove propose alla direttrice di avviare una coltivazione di cannabis terapeutica nell’orto. La risposta fu no. Poi gli arresti domiciliari e infine l’obbligo di dimora. In appello, a settembre scorso, la pena è stata ridotta a 2 anni e 8 mesi e gli sono stati restituiti i diritti politici. “Adesso siamo in attesa della Cassazione, ma non si sa ancora quando ci sarà la sentenza” conclude l’avvocato Zaina.