E’ stata la prima Regione italiana ad aver approvato una legge sulla cannabis terapeutica. Finora, però, senza risultati. La legge regionale toscana numero 18 dell’8 maggio 2012, che prevede l’uso di alcuni farmaci cannabinoidi a carico del servizio sanitario regionale, avrebbe dovuto andare a pieno regime già da parecchio tempo. Ma così non è.

L’iter a rilento: due anni di procedure dopo l’ok alla legge
Oltre 8 mesi sono passati in attesa di un parere non obbligatorio del Consiglio sanitario regionale. La legge per l’accesso ai farmaci cannabinoidi, infatti, all’articolo 6 riconosce che l’organismo “può elaborare proposte e pareri sull’utilizzo appropriato dei farmaci cannabinoidi per finalità terapeutiche”. Il parere è arrivato solo il 29 gennaio 2013, quando il Consiglio ha approvato il documento presentato dalla Commissione terapeutica regionale, che il 21 dicembre 2012 ha fornito un testo intitolato “Impiego terapeutico dei cannabinoidi”. A questo si deve ispirare la Toscana per curare i suoi cittadini.

Ma da quel momento è passato un altro anno prima che la giunta regionale emanasse gli indirizzi procedurali e organizzativi. Cioè dicesse come attuare la legge. E non è finita: altro tempo dovrà passare perché le Asl si organizzino e tutto entri effettivamente in funzione. Intanto i pazienti aspettano, non senza sofferenze: tra gli impieghi dei farmaci cannabinoidi previsti dalla Toscana, infatti, vi è il trattamento del dolore oncologico nei casi in cui altre terapie siano risultate inefficaci.

Appare impossibile per la Toscana, quindi, rispettare l’impegno preso con la sua legge pro cannabis. Nel testo, infatti, si indicava il 31 marzo 2014 come data massima entro la quale il Consiglio regionale avrebbe dovuto ricevere un rapporto dettagliato sull’attuazione: quanti pazienti sono stati curati coi farmaci cannabinoidi e per quale patologia; quali sono state le criticità dell’applicazione della legge, ad esempio nei tempi dell’erogazione dei farmaci. E menomale che la legge intendeva “promuovere la massima riduzione dei tempi di attesa”.

Lo scontento dei pazienti con patologie escluse
Secondo alcune associazioni, tra le quali Cannabis Terapeutica e Lega Italiana Lotta all’Aids, la cannabis dovrebbe essere usata per molte più malattie di quelle indicate dalla Regione, che, in base ai pareri della Commissione Terapeutica e del Consiglio Sanitario regionali, ha previsto l’impiego di cannabinoidi soltanto in casi di spasticità secondaria a malattie neurologiche, in particolare sclerosi multipla, dolore cronico neuropatico, dolore oncologico, nausea e vomito da chemioterapia.

Resterebbero deluse così, ad esempio, le speranze dei malati di glaucoma, nonostante, come riconosce la stessa Commissione, la cannabis aiuti a ridurre la pressione intra-oculare, con grande sollievo dei pazienti. Ma, si legge nel parere, mancano “evidenze scientifiche di alto livello”. “Noi abbiamo seguito i pareri del Consiglio sanitario regionale sui farmaci cannabinoidi. Ci siamo attenuti alle sue linee guida che si basano sulle evidenze scientifiche” ribatte al fattoquotidiano.it Loredano Giorni, responsabile per le politiche del farmaco della Regione e estensore della delibera. Quando questa diventerà realtà e quanti pazienti si stima possano beneficiarne sono domande alle quali Giorni non sa rispondere.

Brogi (Pd), il promotore della legge: “Eccesso di timore”
Non completamente soddisfatto dell’attuazione della legge è lo stesso promotore, il consigliere regionale Enzo Brogi (Pd), da sempre in prima linea per promuovere l’impiego della cannabis in ospedale. “Il rischio – ammette Brogi – è che una montagna finisca per partorire un topolino. Aver fatto la legge è certamente importante, perché dalla Toscana si è innescato un processo che ha portato ad altre leggi regionali e che ha riportato l’attenzione intorno al tema della legalizzazione delle droghe leggere. Purtroppo, anche per le indicazioni del Consiglio Sanitario, oltre che per la lentezza e un eccesso di timore da parte della Giunta, rischiamo di non soddisfare le legittime aspettative di tanti malati, e di non rispettare le tante indicazioni scientifiche sulle proprietà terapeutiche della cannabis”.

La Toscana aveva fatto da apripista alle altre Regioni
Dopo la Toscana, ad essersi dotata di una legge regionale per l’accesso alla cannabis è stata la Liguria (2012), che ne ha previsto l’impiego in oncologia, anestesia e rianimazione e neurologia; distribuzione gratuita prevista da una legge regionale nelle Marche (2013) per alcune malattie e “in assenza di valide alternative terapeutiche” e in Friuli Venezia Giulia (2013), mentre in Puglia una sperimentazione permette la distribuzione gratuita del farmaco. In Veneto, contro la legge regionale si era mosso il governo presieduto da Monti, ma nel 2013 il ricorso è stato respinto dalla Corte Costituzionale.

Dentini: “La legge non basta. I medici devono conoscerla”
Scettico anche il giornalista Fabrizio Dentini, autore del libro Canapa medica (ed. Chinaski, 2013), che sarà presentato proprio in Consiglio regionale a Firenze il 14 febbraio. Il libro, per la prima volta nel nostro Paese, raccoglie le testimonianze e le storie dei pazienti italiani che si curano con la cannabis, dopo aver provato terapie tradizionali che però, nel loro caso, hanno fallito. “Puoi fare tutte le leggi regionali che vuoi ma ad essere inapplicato a monte è il decreto ministeriale di Livia Turco del 2007 cui le leggi regionali si rifanno – dice Dentini – La classe medica non conosce il decreto, col risultato che i dottori continuano a non prescrivere i cannabinoidi” denuncia al fattoquotidiano.it. La soluzione per Dentini è una sola: “Informare le Asl. Apriamo un dibattito negli Ordini dei medici. Altrimenti continuiamo a brancolare nel buio, nonostante la sensibilità dimostrata da certa classe dirigente”. La legge regionale toscana, all’art. 6, prevede di promuovere “adeguate modalità informative”. Chi sarà il destinatario delle informazioni, come queste saranno progettate e in quali tempi, la delibera attuativa però lo trascura completamente.

“Non si tratta di farsi una canna”
Tra le informazioni più importanti da far arrivare a medici e pazienti – secondo gli esperti – c’è quella delle modalità di somministrazione: curarsi coi cannabinoidi non vuol dire farsi uno spinello. Almeno questa non è la sola modalità e certamente non è la preferibile. Tra i farmaci in commercio in tutto il mondo, la Commissione terapeutica toscana ne elenca 7: Marinol, Cesamet, Sativex, Bedrocan, Bedrobinol, Bediol, Bedica, diversi per forma (alcuni sono sintesi chimiche, altri sono infiorescenze essiccate) e per principi attivi contenuti. Questi variano dal Dronabinolo al Nabilone, dal THC (tetrahydrocannabinolo) al cannabidiolo e possono essere presenti in diverse combinazioni e proporzioni a seconda dell’impiego. In commercio anche in Italia, approvato nel 2013, c’è il Sativex (THC + Nabilone), una sintesi chimica brevettata dalla GW Pharma e distribuita dalla Bayer che consiste in una soluzione spray da assumere via orale per il trattamento di spasticità derivante da sclerosi multipla, trattata in precedenza con altri farmaci che abbiano fallito. Per le stesse – e pure per altre – indicazioni terapeutiche esisterebbero altri farmaci naturali, costituiti da infiorescenze essiccate, in commercio in Olanda: Bedrocan, Bedrobinol, Bediol, Bedica. Da noi possono essere importati. Ma soltanto come ultima spiaggia, come ricorda il ministero della Salute sul suo sito: “L’autorizzazione all’importazione viene rilasciata qualora il medicinale risulti non sostituibile con altri medicinali registrati in Italia, in assenza di alternative terapeutiche”.