“L’indifferenza nei confronti della dignità e del corpo della donna, dimostrata dall’Antinori, obnubilato dalla finalità di guadagno (…) rende evidente il pericolo della commissione di delitti della stessa specie”. È la riflessione del gip di Milano Giulio Fanales che si legge nell’ordinanza che ha portato agli arresti domiciliari il ginecologo Severino Antinori, arrestato il 13 maggio per aver, secondo l’accusa, “espiantato con violenza gli ovuli a una paziente”. Tali considerazioni si riferiscono anche alle “due segretarie, disposte a tutto pur di assecondare i desideri del datore di lavoro” e per le quali è stato disposto l’obbligo di dimora.

Antinori, che respinge le accuse e ha iniziato uno sciopero della fame per protesta, avrebbe detto alla donna, 24 anni, che c’era “la necessità di una semplice operazione chirurgica in anestesia locale, pena la ‘esplosione’ dell’utero“. Il giudice, nel ricostruire i fatti, spiega che la giovane vittima è una “spagnola di origine maghrebine residente in provincia di Malaga, diplomata come infermiera, all’epoca dei fatti disoccupata, dotata di un’assai limitata conoscenza della lingua italiana”.

“L’impellente bisogno di reperire ovociti, idonei all’immediato impianto nell’utero delle clienti, nell’esclusiva ottica della massimizzazione del profitto”, secondo il giudice, sarebbe il “movente” che avrebbe spinto Antinori e le sue due collaboratrici “a comportamenti spregiudicati, giunti sino al prelievo forzoso, mediante la violenta privazione della libertà personale”.

Agli atti dell’inchiesta c’è anche la registrazione audio della telefonata con cui l’infermiera ha chiesto aiuto alla polizia. La giovane, secondo la Procura di Milano, sarebbe stata immobilizzata, sedata e le sarebbe stato fatto sparire anche il cellulare, non ancora ritrovato. Ma la difesa del medico sostiene l’esistenza di consenso informato firmato.

Antinori è indagato per lesioni personali e rapina, oltre che degli ovuli anche del telefono cellulare preso alla ragazza dopo l’intervento il 5 aprile scorso, tanto che per dare l’allarme alle forze dell’ordine cercò un telefono fisso della clinica Matris di Milano, ora sotto sequestro.

Il ginecologo, spiegano i suoi difensori, “non vede l’ora di difendersi” da accuse definite “fuori dal mondo”, forse già domani davanti al gip di Roma che dovrebbe sentirlo per rogatoria. Antinori, ha spiegato infatti uno dei suoi legali, Tommaso Pietrocarlo, porterà al giudice anche la lettera con cui la donna, chiese il “riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato“. La lettera, fu inviata l’8 aprile, tre giorni dopo l’intervento subito e, ad avviso della difesa, rimane “un’anomalia”, così come i due documenti firmati dall’infermiera con i quali aderiva al programma di ovulodonazione”.

La donna, pur non disconoscendo la sua firma, ha detto in sostanza di non essere consapevole di ciò che stava sottoscrivendo e che riteneva di dover essere sottoposta a un intervento per la rimozione di una cisti ovarica. I legali di Antinori ribattono, però, che, prima di aderire al programma di donazione degli ovuli, la donna fu assistita da una psicologa che ne attestò la consapevolezza della scelta e l’assenza di problematiche.