Un inseguimento durato sei mesi e trenta giornate. Al quartultimo posto che vale la salvezza, ancor prima ad una dimensione dignitosa di squadra che merita di stare in Serie A. Oggi il Carpi può dire di aver raggiunto entrambi i traguardi: se il campionato finisse così, gli emiliani sarebbero salvi. Alla faccia di Lotito, che si augurava di non vederli mai nella massima serie. Il campo gli ha già dato torto una volta e potrebbe farlo ancora. Mancano altre otto partite per conquistare un risultato incredibile, forse più importante della storica promozione dello scorso anno.

Per la prima volta dall’inizio del campionato, il Carpi è fuori dalla zona retrocessione: la vittoria in casa dell’Hellas Verona e il contemporaneo pareggio del Palermo a Empoli, hanno permesso agli uomini di Castori di raggiungere i siciliani al quart’ultimo posto a quota 28 punti, con il vantaggio degli scontri diretti per i maggiori gol segnati fuori casa (2-2 al Barbera, 1-1 a Modena). È il coronamento di una rimonta che andrà consolidata nelle prossime settimane (il calendario è favorevole), ma che, a prescindere da come finirà, è comunque clamorosa. Non è stato facile, infatti. L’impatto della squadra del piccolo paesino dell’Emilia con la Serie A era stato disastroso: cinque gol all’esordio contro la Sampdoria, sette partite per centrare la prima vittoria. Dubbi, oggettivamente fondati, che la rosa fosse attrezzata per competere a certi livelli: a fine 2015 erano appena dieci i punti conquistati in classifica.

Colpa forse anche di un errato snaturamento, di troppi cambiamenti rispetto all’undici della promozione. All’inizio la società non ha creduto fino in fondo nei ragazzi che avevano centrato l’impresa, e neppure nell’allenatore che li aveva guidati (Fabrizio Castori, dopo aver aspettato per una vita l’occasione in Serie A, era stato esonerato già a fine settembre). La scelta di puntare su giovani in prestito e vecchi mestieranti, però, si è rivelata da subito sbagliata: per loro Carpi era solo una piazza di passaggio come un’altra, anzi inferiore alle altre. Se retrocessione dev’essere, meglio farlo con la nostra identità, si sarà detto a un certo punto il patron Stefano Bonacini. Lì è cambiato tutto: col rientro in pianta stabile dei vari Letizia, Lollo, Pasciuti, Di Gaudio, Mbakogu, Lasagna, e il ritorno in panchina di Castori, il Carpi è cresciuto fino a diventare squadra vera. Nell’anno solare 2016 ha fatto un punto in meno di Inter e Lazio. E visto che davanti le presunte grandi (Palermo, Udinese, Sampdoria) proprio non correvano, i biancorossi sono riusciti ad agganciare il quart’ultimo posto, da difendere ora con le unghie e con i denti nelle ultime otto partite.

È la migliore risposta alle parole di Claudio Lotito, che un anno fa di questi tempi brigava e sparlava di quanto accadeva nelle leghe inferiori. Mentre al telefono col dg dell’Ischia Pino Iodice si preoccupava delle sorti di Carpi e Frosinone – colloqui assolutamente privati, certo, ma poco sportivi –, il presidente della Lazio si dimenticava però di pensare alle sue squadre. Ora i biancocelesti stanno vivendo un’annata disgraziata: eliminazione ai preliminari di Champions anche per colpa di un mercato insufficiente, campionato mediocre, obiettivo dell’Europa League sfumato con una figuraccia casalinga contro il modesto Sparta Praga. Per non parlare della sua seconda squadra: la Salernitana, ad agosto accreditata come possibile rivelazione del torneo, è terzultima in Serie B e rischia seriamente di tornare in Lega Pro.

Ma questo forse non è poi troppo un problema per il presidente, per cui è meglio una retrocessione che una promozione in Serie A che lo costringerebbe a vendere la società. Un’ambiguità che la Figc dovrebbe risolvere, e che invece dall’avvento di Tavecchio ha avallato con decisione. Di certo c’è che la stagione in corso è l’annus horribilis di Lotito, e la prossima potrebbe cominciare ancora peggio. Con la Lazio fuori dalle coppe (danno economico non indifferente, se si pensa che per salvare il bilancio 2015 il patron ha deciso di anticipare i 22 milioni di ricavi Uefa), e magari il Carpi ancora in Serie A. Raggiunto anche dal Crotone, altra Cenerentola che “non vale un cazzo”, per usare le sue parole.

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