Un anno per costruire una grande Lazio e pochi giorni per distruggerla. È tornato Lotirchio: il presidente rozzo e avaro, la brutta copia del dominus del pallone italiano che la stagione scorsa si pavoneggiava della sua creatura nei corridoi del palazzo. Questa settimana la Lazio ha incassato sette gol e rimediato due figuracce: irrimediabile la prima, con l’eliminazione dalla Champions League per mano del Bayer Leverkusen; ancora più allarmante la seconda, in campionato contro il Chievo. Niente capri espiatori: voci di corridoio del dopo partita di Verona raccontano di un presidente imbufalito con la squadra negli spogliatoi. Ma le colpe sono solo sue: di chi ci ha messo tanto per conquistarsi un posto in prima classe, e poi si è presentato alla sera di gala con un vestito di seconda mano.

Claudio Lotito lo ha rifatto: nel 2007, dopo una storica qualificazione in Champions, la prima del post Cragnotti, aveva deluso i tifosi acquistando solo lo svincolato Vignaroli. Un autogol di mercato simbolo di una stagione storta (subito fuori in Europa, dodicesimi in campionato) ed entrato nell’immaginario collettivo della curva laziale. Al punto da coniare quel soprannome poco lusinghiero che ha accompagnato per anni il presidente. Adesso la storia si ripete. Con l’aggravante di non aver avuto la lungimiranza di capire che serviva fare ancora un piccolo sforzo per consolidare (e far fruttare, anche economicamente con i soldi della Champions) l’investimento fatto.

La scorsa estate Lotito era stato uno dei grandi protagonisti del calciomercato. Voleva una grande Lazio per accompagnare sul campo la sua scalata di potere in Figc. Ha speso tanto per averla, aprendo il portafoglio per acquistare i vari Candreva, Parolo, De Vrij e Basta. Quasi trenta milioni di euro, la campagna acquisti più importante della sua era societaria. Dopo un avvio un po’ stentato è riuscito anche ad ottenerla, con la cavalcata del girone di ritorno culminata nel terzo posto e nella finale di Coppa Italia persa contro la Juve. Mancava l’ultimo passo per tornare nell’Europa che conta e chiudere il cerchio: con i 40 milioni di euro messi in palio dalla Uefa avrebbe potuto rientrare della spesa e rilanciare. Ma nel momento decisivo si è rivisto il braccetto corto, che rischia di costare caro al vecchio “Lotirchio”.

Dopo un’estate vissuta in attesa sul mercato (Kishna e Milinkovic gli unici rinforzi, talentuosi ma acerbi), la Lazio è arrivata impreparata all’appuntamento clou. Ha perso, e questa sconfitta può condizionare tutta la stagione, come dimostra il capitombolo di Verona. I precedenti di squadre segnate dall’eliminazione nel preliminare si sprecano: senza rievocare l’incubo della Sampdoria retrocessa in Serie B, anche il Napoli di Benitez dello scorso anno, partito con ambizioni di Europa e di scudetto e arrivato solo quarto a maggio. Manca ancora un giorno alla chiusura del mercato, ma a questo punto è più alto il rischio di veder partire uno dei pezzi pregiati (Biglia, Felipe Anderson?) che la possibilità di acquistare l’attaccante o il difensore che servivano per fare il salto di qualità. Pioli dovrà rimboccarsi le maniche per raddrizzare una stagione nata male. A Lotito, comunque vada, toccherà sorbirsi per altri sette anni quel soprannome che non ha mai amato.

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