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Quell’incontro con Zanardi fu terapeutico: fece aumentare il mio ottimismo e la prudenza

Era fatto così: non uno che vive “nonostante”, ma uno che vive “attraverso”. Attraverso il rischio, il limite, la possibilità concreta di farsi male. Non cercava la sicurezza, cercava la vita
Quell’incontro con Zanardi fu terapeutico: fece aumentare il mio ottimismo e la prudenza
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Ho conosciuto Alex Zanardi, sono stato ospite in una sua trasmissione: E se domani (2010-2011). Mi invitò per parlare di meduse e di scienza dei cittadini. Non era su una sedia a rotelle, camminava normalmente. Le protesi fanno miracoli. Quello che mi colpì fu la sua stretta di mano. Dopo l’incidente del 2001, in cui aveva perso le gambe, si era dedicato agli sport paralimpici, di cui diventò campione mondiale. Correva con una bicicletta a propulsione manuale, e quindi mani e braccia erano superallenate. Si sentiva. Girava per lo studio sfoggiando un sorriso radioso, ed era molto preparato. Si era ben studiato gli argomenti su cui avrebbe intervistato gli ospiti. Ci pensano gli autori, lo so, ma non sembrava uno che aveva “imparato la poesia a memoria”. Sembrava che l’avesse scritta lui. Niente auto-commiserazione. Noi ospiti eravamo un po’ rigidi. Non sai mai come comportarti con qualcuno che ha subìto menomazioni gravissime. Fai finta di niente? Ho un amico cieco che, ogni volta che ci incontriamo, mi dice: ciao Nando, che piacere vederti! E io lo prendo in giro, perché è cieco e non mi può mica vedere… Ci facciamo sonore risate. Ma lo faccio perché so che lui mi lancia un’esca. I neri d’America non sono contenti se li chiami nigger (negro) ma tra loro spesso si apostrofano chiamandosi nigger. Loro possono. Noi no. Idris, il comico nero che imperversò per qualche tempo a Quelli del calcio, in un’occasione si riferì a sé stesso come negher. Lui poteva.

Alex tendeva a mostrare grande ottimismo ed entusiasmo, forse troppo. Ma o si fa così o si cade nella depressione. Sono quasi certo che scherzasse sulle sue gambe artificiali.
Quando si è scontrato con un camion, in sella alla sua bicicletta a propulsione manuale, mi sono detto: ma doveva proprio esporsi a rischi di questo tipo? Ce n’era davvero bisogno? Non poteva starsene a casa? Eh no, non poteva starsene a casa. Doveva dimostrare al mondo, ma prima di tutto a se stesso, che non si arrendeva, che reagiva, che non avrebbe mollato mai.
Dopo l’incidente è scomparso dalla scena. Per un po’ si sono viste sue notizie sui media, poi il buio. Un po’ come è successo a Schumacher, suo collega campione, infortunatosi in modo gravissimo mentre sciava. Gli eroi cadono e sono presto dimenticati. Gli anziani ricordano Coppi e Bartali, ma si tratta di nomi sconosciuti alle nuove generazioni. Coppi, tra l’altro, morì di malaria, contratta durante un safari africano. Incidenti banali. Che tutti noi pensiamo possano capitare solo agli altri. Ogni tanto capitano anche a “loro”.

Per me il breve incontro con Zanardi è stato terapeutico. Non sono un tipo lamentoso, se qualcuno mi chiede come sto, la mia risposta è sempre: benissimo! Ma aver conosciuto Alex ha fatto aumentare il mio ottimismo, il mio vedere il lato buono delle cose che ci capitano. Alex, però, mi ha anche insegnato, con il suo secondo incidente, che l’ottimismo deve essere moderato dalla prudenza. Veramente lo avevo già imparato con un incidente motociclistico che mi costrinse a rottamare la mia amata BMW e a “ritirarmi” dal motociclismo stradale, senza un graffio. Se mi sedevo su una moto che faceva i 200, io andavo sempre a 200, dove era possibile, anche se non si poteva. Restavo sempre vicino al limite estremo di velocità che quella strada mi concedeva. Ma correvo troppi rischi. Capii la lezione e passai al ciclismo. E lì mi feci veramente male, questa volta non per colpa mia. I ciclisti sono invisibili agli automobilisti. Mi piaceva anche correre, ma poi ho capito che le giunture, dopo una certa età, non gradiscono. Almeno le mie. Ora cammino.

Alex non voleva arrendersi, ma forse bisogna arrendersi, ad esempio al tempo che passa. Senza forse. Arrendersi non significa gettare la spugna, significa capire che certe cose non sono più alla tua portata fisica. Era così bravo a condurre la trasmissione! Perché non ha continuato per quella strada? Azzardo un’ipotesi: non c’era nessuno da battere, non c’era competizione. In un suo intervento, pubblicato recentemente, parla di come sia riuscito a battere un campione paralimpico molto più giovane di lui. Peccato, perché non aveva proprio nulla da dimostrare, avendo già dimostrato l’impossibile, rendendolo possibile. Ha pagato un prezzo altissimo per la sua ostinazione alla competizione, superando di poco una linea e andandosi a schiantare contro un camion che procedeva in direzione opposta.

E allora forse la questione non è stabilire se abbia fatto bene o male a continuare a sfidare la vita. Non lo so, e forse non lo sapeva neppure lui. Era fatto così: non uno che vive “nonostante”, ma uno che vive “attraverso”. Attraverso il rischio, il limite, la possibilità concreta di farsi male.
Non cercava la sicurezza, cercava la vita. E la vita, quella vera, non è mai sicura.

Mi piace pensare che ci sia una misura giusta tra coraggio e prudenza, tra sfida e rinuncia. Ma quella misura non è scritta da nessuna parte: ognuno la trova – o la perde – a modo suo. Alex l’ha cercata sempre un po’ più in là degli altri, e per questo è diventato quello che è stato.
Forse avrebbe potuto fermarsi prima. Ma se si fosse fermato prima, non sarebbe stato Alex Zanardi.
E alla fine è questo che resta: non l’errore, non l’eccesso, ma l’ostinazione a vivere fino in fondo. Anche quando il fondo, come succede a tutti, prima o poi arriva.

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