Sei anni fa era in Serie D, ha chiuso l’ultimo bilancio con un attivo di 51mila euro, la scorsa estate ha ridotto il budget del 40 per cento e scorrendo la rosa si rintracciano appena quattro nomi stranieri. Benvenuti a Carpi, reginetta della Serie B, città dove sport, successo e fatica si intrecciano nelle storie del maratoneta Dorando Pietri e del nuotatore Gregorio Paltrinieri. E dove il calcio ha disegnato un’altra storia di sacrificio che mescola favola e programmazione. Il confine lo traccia il deus ex machina della promozione in A dei carpigiani, il direttore sportivo Cristiano Giuntoli, arrivato quando il sogno più grande che si potesse cullare nella Bassa Modenese era ritornare in terza serie per rinverdire i magnifici anni Novanta di Gianni De Biasi e Gigi De Canio: “Abbiamo fatto in modo che la realtà collimasse con l’immaginazione”. Il campionato lo hanno semplicemente dominato. La matematica certezza che il prossimo anno si accomoderanno a tavola con le big arriva ora (0-0 con il Bari), dopo aver fallito il primo match point il 25 aprile. Ora il sindaco Alberto Bellelli dovrà iniziare a pensare anche al grattacapo dello stadio, intitolato a un partigiano fucilato da un capitano repubblichino dopo il rifiuto del plotone d’esecuzione. Perché il Sandro Cabassi, quattromila posti e autorizzazione a giocarci in deroga già tra i cadetti, non è da Serie A. È cresciuto troppo in fretta il Carpi. Nessuno si aspettava che il club – 106 anni di storia e una fusione con la Dorando Pietri poco prima che iniziasse la scalata – riuscisse davvero ad affacciarsi in A.

Anzi. Quando dopo gennaio il Carpi da lepre è diventata cacciatrice sul lungo circuito della B, qualcuno ha iniziato perfino a preoccuparsi. “Se me porti su il Carpi… noi fra due o tre anni non ci abbiamo più una lira”, spiegava Lotito alludendo alla difficoltà di vendere i diritti tv con tante, troppe a suo avviso, piccole realtà nella massima serie. Ci sono già l’Empoli, il minuscolo Chievo, la vicina Sassuolo. “Ma non si possono sminuire nel nome del business le favole che premiano la meritocrazia – ammonisce Bellelli – Carpi è un modello e fa bene allo sport. Ha fatto qualcosa di imponderabile”. Costruito con la maestria di Giuntoli, che si scherma dietro un “sono stato fortunato” e accende le luci su mister Fabrizio Castori: “Bravo, bravissimo, a calarsi nella nostra realtà, umile nell’accettare uno staff già composto e una squadra allestita per nove undicesimi”. Nella carriera dell’allenatore marchigiano questa è la nona promozione, ma non ha mai allenato in A. Per due anni – dal 2004 al 2006 – ha dovuto rinunciare alla panchina per una squalifica in seguito a una rissa che ancora oggi lo fa star male. Castori è il catalizzatore decisivo: gli emiliani giocano bene, perdono appena cinque partite e subiscono solo 25 gol, miglior difesa della categoria. Mancano quattro giornate alla fine e il Carpi potrebbe far meglio della Juventus, che nell’anno di purgatorio seguito a Calciopoli incassò 30 gol. Nonostante al Sandro Cabassi nomi di grido non se ne vedano. Il migliore della squadra, l’attaccante Jerry Mbakogu, è arrivato dopo il fallimento del Padova accompagnato da un recente passato fatto di stagioni mai convincenti fino in fondo. La sorpresa è Kevin Lasagna, ultima stagione all’Este in D. Il gol che ha stordito il Bologna in un derby atteso e importante per la classifica lo ha segnato Lorenzo Pasciuti, a Carpi dai tempi del dilettantismo. “Abbiamo sempre lavorato ricercando ragazzi motivati e con qualità morali. Chi più della gioventù che gioca nelle serie inferiori può averne?”, spiega Giuntoli come se stesse parlando di matematica. Prendi in D, più porti in B, uguale vittoria: “La matrice italiana ha fatto il resto, assieme all’unità d’intenti di tutto lo staff. La nostra parola d’ordine è sacrificio. Morale, tecnico ed economico”.

I soldi, appunto. La maggior parte viene dalle tasche di Stefano Bonacini e Roberto Marani, soci di maggioranza, Claudio Caliumi, presidente del club e socio di minoranza, oltre al main sponsor Gianguido Tarabini. Nomi noti nel mondo della moda con i marchi Gaudì, Marilena e Blumarine. Sono carpigiani e qui, nel cluster del tessile che negli ultimi dieci anni ha visto quasi dimezzarsi le imprese, hanno quartier generali e in alcuni casi la base produttiva. “Nella proprietà del club si incrociano le storie della matrice economica carpigiana che ha saputo interpretare la crisi cambiando il proprio modello e oggi ricomincia a godere di alcuni risultati”, appunta con orgoglio il sindaco. Le circa mille imprese che insistono nel distretto hanno messo insieme 1,4 miliardi di ricavi nel 2014 registrando una crescita del 3,1%. Trainate proprio dalle aziende più grosse, tra cui quelle di soci e sponsor del Carpi. “Siamo amici prima di tutto, accomunati dalla passione per il calcio e dalla cultura del lavoro a testa bassa”, racconta a ilfattoquotidiano.it Gianguido Tarabini, amministratore delegato del gruppo Blufin che produce Blumarine. “Qui non c’è un mega-milionario e allora ci siamo messi insieme per fare qualcosa di miracoloso, per passione e per divertimento. Allo stesso tempo abbiamo un bilancio sano e uno stadio pieno di famiglie. Bisognerebbe premiarle le squadre come noi, altro che prese in giro. Il vero problema del calcio è chi non paga gli stipendi o ha un bilancio in rosso. Ecco perché ci siamo sentiti offesi da Lotito”. La squadra e la dirigenza ha evitato di fare polemica. La composta risposta sono stati i risultati sul campo e ora il direttore sportivo vorrebbe trattenere tutti i giocatori di proprietà. Impresa difficile se non impossibile. “Vedremo. Adesso finiamo il campionato e ce ne andiamo in vacanza – dice Giuntoli – Abbiamo sofferto per un’intera stagione. È  il momento di festeggiare tutti insieme”.

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