Prima ha rilasciato un’intervista piena di rivelazioni su 007 e patti occulti all’ombra delle stragi di mafia, poi ha smentito ogni passaggio di quelle dichiarazioni pubblicate in esclusiva da Repubblica. E adesso si è addirittura beccato una querela dalla stessa giornalista che ha firmato quell’articolo. È la curiosa condotta tenuta da Gioacchino La Barbera, il boss di Altofonte, uno dei boia di Giovanni Falcone, da vent’anni collaboratore di giustizia. A denunciarlo per diffamazione non è una persona che aveva accusato di contiguità con la mafia, ma è invece la giornalista freelance Raffaella Fanelli, che nel settembre scorso aveva pubblicato su Repubblica l’intervista esclusiva ottenuta dal pentito. Un colloquio inedito, dove l’ex uomo d’onore rivelava retroscena che non aveva avuto il tempo – per usare un eufemismo – di mettere a verbale in due decadi di collaborazione con i pm, e in una dozzina di processi. La strage di Capaci? “C’era un uomo sui 45 anni che non avevo mai visto prima. Non era dei nostri. Arrivò con Nino Troia, il proprietario del mobilificio di Capaci dove fu ucciso Emanuele Piazza, un giovane collaboratore del Sisde che pensava di fare l’infiltrato”, dice La Barbera a Fanelli. Il suicidio in carcere del boss Nino Gioé? “Non so se si è suicidato. Rispondendo a questa domanda mi fa mettere nei guai funzionari della Dia che con me si sono comportati bene… Che mi hanno aiutato. Sapevo che avevano fatto dei verbali con lui. Gioè stava collaborando, ne sono certo”. L’omicidio di Piersanti Mattarella? “Per quel che ne so io, fu voluto da politici”. E ancora: l’omicidio di Salvo Lima, quello che secondo i pm è il primo atto formale dell’aggressione di Cosa nostra allo Stato? “Vuole sapere se ci fu una collaborazione dei servizi segreti? Ci fu. C’erano uomini dei servizi sul Monte Pellegrino”.

Insomma La Barbera davanti al microfono della Fanelli è un fiume in piena, capace di regalare dichiarazioni assolutamente inedite. Diverse persino da una sua recentissima deposizione in aula: quella resa nel marzo 2015 davanti alla corte d’assise di Firenze, che processava Totò Riina per la strage del Rapido 904. “Ogni strage e ogni delitto eccellente – diceva La Barbera davanti ai giudici fiorentini – nell’ambiente di Cosa nostra si diceva sempre che erano stati i servizi segreti per deviare, ma sono solo dicerie. Anche per Capaci all’interno di Cosa nostra, fra chi non aveva partecipato alla strage, si disse che erano stati i servizi segreti. E invece eravamo stati noi”. Una versione completamente opposta rispetto alle parole registrate dalla giornalista Fanelli, sei mesi dopo. Ed è per questo che dopo l’intervista, il pm di Caltanissetta Stefano Luciani interroga per la seconda volta in aula La Barbera, nell’ambito del processo Capaci bis, quello nato dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che ha ricostruito una parte della fase esecutiva della strage Falcone. L’audizione di La Barbera va in onda l’ultimo giorno di ottobre, un mese e mezzo dopo l’intervista pubblicata su Repubblica. Le rivelazioni su Gioè a questo punto scompaiono. “Io non so cosa succedeva nei vari interrogatori- dice il pentito in aula – È lei (ovvero Fanelli ndr) che ha esagerato un pochino a scrivere come se sapessero qualcosa, ma non ho detto così”. Il pm Luciani ribatte: “Quello che lei dice lo fa in una registrazione ed è riportato fedelmente nel pezzo giornalistico”. “Ho esagerato – dice il pentito – con la giornalista ho esagerato nel dire che si sono fatti verbali. Io l’ho pensato e si pensava che lui stesse collaborando con giustizia ma si parla di verbali tra virgolette, sono cose che penso io ma non sono a conoscenza diretta di verbali scritti”. E i servizi segreti sul Monte Pellegrino collegati all’omicidio Lima? “Ho detto una cosa non vera, se l’ho detta nella registrazione”. “Togliamo il se”, chiosa il pm.

Stessa antifona sulle presunte rivelazioni su Emanuele Piazza e l’uomo estraneo a Cosa nostra presente a Capaci. “Su Emanuele Piazza non so nulla – ha detto – Quello che so l’ho appreso dai giornali”. Poi l’ennesima marcia indietro: “Dell’omicidio Mattarella non so niente: a volte uno si espone un po’ di più, ma mi concentro quando parlo con magistrati o con il presidente, non con una giornalista e a volte mi lascio andare con qualcosa di più ma la verità è questa. Non so neanche chi ha partecipato a quell’omicidio, ero piccolo, avevo 19 anni, quello che so è quello che ho letto dopo”. Infine il collaboratore di giustizia dice addirittura che non sapeva di essere stato registrato dalla giornalista (in realtà vedendo i video integrali dell’intervista è chiaro che ne fosse a conoscenza) , e pone la pietra tombale su quelle rivelazioni con parole definitive: “Perché ho detto quelle cose? Per farmi bello, non lo so nemmeno e se l’ho detto non è verità. Quello che è valido è ciò che dico ai magistrati”. Una marcia indietro imbarazzante hanno fatto scattare la querela per diffamazione di Fanelli. “La Barbera non può gettare discredito sulla deontologia di Raffaella Fanelli, e sulla sua persona. Per fortuna l’intervista è stata registrata, e la Fanelli è in grado di dimostrare di aver correttamente riportato la dichiarazioni di La Barbera”, spiega l’avvocato Francesco Cristiani. Dopo aver smentito se stesso, La Barbera è probabilmente il primo pentito querelato da una giornalista.