Come in un film: un pericoloso ergastolano riesce ad evadere mentre è in ospedale, a Lecce, dandosi alla fuga dopo aver ferito tre persone e puntato la pistola alle tempie di una donna per rubarle l’auto. Da questa mattina, è in corso una caccia all’uomo con centinaia di agenti in tutta la Puglia meridionale. Protagonista è Fabio Perrone, 42 anni, omicida reo confesso di un montenegrino, crivellato di colpi lo scorso anno in un bar di Trepuzzi.

La ricostruzione
Intorno alle 11 di oggi, dal carcere di Borgo San Nicola il detenuto è trasportato presso il Vito Fazzi, dove dev’essere sottoposto ad endoscopia. Scortato da due agenti, attraversa le corsie dell’ospedale fino al terzo piano. Entra nel reparto di Chirurgia, nella stanza in cui deve effettuare l’esame. Quando gli vengono tolte le manette dai polsi, per lui arriva l’attimo che forse aspettava, che forse aveva già immaginato o programmato. Riesce a sfilare la pistola dalla fondina di un poliziotto. Spara. Lo ferisce a una coscia. L’agente penitenziario va a terra. Il collega prova a fermare l’uomo, ma nella colluttazione soccombe anche lui. Rimedierà una contusione al braccio. L’ergastolano non perde tempo. Fugge. E spara. Spara in aria. Almeno dieci colpi. Intorno è il panico. I pazienti urlano, i sanitari li fanno entrare negli ascensori e nei reparti e chiudono le porte. Un proiettile di rimbalzo ferisce di striscio al polpaccio un 68enne, lì per far visita al fratello.

Perrone va via, giù per le scale. Va verso l’uscita laterale, quella del pronto soccorso. E appena fuori nota una donna che ha appena parcheggiato la sua auto, una Toyota Yaris grigia. Le punta la pistola e la minaccia di lasciargli le chiavi. Mette in moto e corre verso il cancello d’ingresso, dove, sfrecciando, sfonda le sbarre e travolge un vigilante della Securpol Security, ferendolo lievemente a una gamba. Poi, prende l’imbocco della vicina tangenziale.

Da quel momento di lui si perdono le tracce. Ha fatto tutto da solo, almeno all’interno dell’ospedale. Fuori, ancora non si sa. La gigantesca caccia all’uomo dura da questa mattina. Posti di blocco sono istituiti ovunque, dal Capo di Leuca a Bari, in direzione Taranto e in prossimità del porto di Brindisi. Battute palmo a palmo campagne e masserie, soprattutto intorno ai suoi luoghi d’origine, quelli del nord Salento, tra Trepuzzi, Casalabate e Torre Rinalda, lì dove per Perrone potrebbe essere più facile trovare protezione. A cercarlo ci sono almeno duecento agenti di polizia penitenziaria, oltre a finanzieri, carabinieri, poliziotti. A coordinare le ricerche è la squadra mobile di Lecce. Le indagini sono affidate al procuratore aggiunto Antonio De Donno. In mattinata, intanto, il primo agente ferito viene sottoposto a intervento chirurgico d’urgenza e poi viene dichiarato fuori pericolo: per lui una prognosi di trenta giorni.

Chi è Fabio Perrone
Il carcere lo ha conosciuto presto, lui che è cugino di Antonio Perrone, il boss della Sacra Corona Unita autore del libro da cui è stato tratto il film Fine pena mai. Una gioventù legata alla Quarta mafia, quella di Fabio Perrone, alla guerra tra clan sul fronte più caldo, quello del nord Salento. Per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio e per tentato omicidio, ha già ricevuto una condanna a 18 anni di reclusione. Storia passata. O forse no. Dopo sei anni di libertà, un lavoro al nord e poi il ritorno nella sua Trepuzzi, l’episodio che gli cambia la vita: uno sguardo, qualche parola di troppo, l’omicidio per il quale arriva, anche per lui, la condanna al fine pena mai.

Nella notte tra il 28 e il 29 marzo 2014, entra nel bar Gold del suo paese assieme a due amici e una donna. È subito rissa con Fatmir Makovic, 45enne slavo, residente nel vicino campo rom Panareo. Perrone esce dal locale, prende la sua pistola e rientra. E spara. Makovic e il figlio Alen cercano riparo in bagno, ma una pioggia di colpi perfora la porta d’alluminio. Il padre verrà ritrovato lì, in una pozza di sangue, a fare da scudo al suo ragazzo, 17 anni, gravemente ferito alla testa e alle gambe.

Il giorno dopo, Perrone viene catturato nella sua villetta di Casalabate. Dorme. Accanto al letto, la sua calibro 9. Il movente, per gli inquirenti, è da rintracciarsi in interessi criminali contrastanti e non in un litigio improvviso. Il 29 giugno scorso, dopo il processo celebrato con rito abbreviato, il gup Simona Panzera lo ha condannato all’ergastolo, per omicidio volontario aggravato da futili motivi e tentato omicidio.

Aveva complici?
Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha avviato un’indagine amministrativa su quanto accaduto, per ricostruire la dinamica e valutare eventuali negligenze. La scorta, a quanto risulta, era composta da tre agenti, come regolarmente accade per accompagnare detenuti non sottoposti al regime del 41bis. Il nodo principale, però, riguarda la tipologia della visita che Perrone avrebbe dovuto effettuare, se programmata o d’urgenza. E non è un dettaglio. Il pericolo di una fuga pianificata, proprio durante le traduzioni in ospedale, è stato più volte denunciato dai sindacati di polizia penitenziaria. Un fenomeno che a Lecce ha assunto nel tempo dimensioni abnormi, tanto da dar vita ad un’inchiesta della Procura. Non è ancora certo se l’ergastolano sia stato aiutato da complici, che lo avrebbero atteso fuori dal recinto dell’ospedale. Anche su questo sono in corso le indagini.

La Polizia, intanto, ha diffuso la sua foto e un appello: “Attenzione! È evaso durante una pratica sanitaria dall’ospedale di ‪Lecce‬. Si tratta dell’uomo ritratto nella foto. Ha 42 anni ed è fuggito dopo aver sfilato l’arma in dotazione a uno dei due agenti della Polizia penitenziaria e aver sparato dei colpi verso di loro. È scappato a bordo di una macchina sottratta ad una donna. Se lo vedete avvertite subito il 113”.

“Il ministro Orlando si dimetta”
Sono durissime le reazioni dei sindacati degli agenti. L’Osapp chiede un passo indietro al ministro Orlando: “Rispetto all’ulteriore gravissimo episodio frutto di disinteresse, di disorganizzazione e di trascuratezza istituzionale, invitiamo il ministro della Giustizia Andrea Orlando a rassegnare le proprie dimissioni rispetto alla reiterata indifferenza dimostrata nei confronti della polizia penitenziaria in questo ultimo anno. Invitiamo il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Santi Consolo, a riflettere sul nulla e sui danni che la sua amministrazione sta apportando alla funzionalità del Corpo e di cui stanno facendo le spese 40mila donne e uomini in uniforme nelle carceri italiane”.

Parla di “turismo carcerario” il Sappe: “il sindacato autonomo polizia penitenziaria, a seguito del passaggio della sanità penitenziaria a quella pubblica, ha continuato a denunciare l’aumento impressionante delle uscite dal carcere di pericolosi detenuti, per essere accompagnati nelle strutture pubbliche, anche per patologie che potevano essere curate in carcere, con tutti i rischi che ciò comporta per i poliziotti sottoscorta, gli operatori sanitari ed i normali cittadini che, rimangono poi coinvolti in caso di eventi critici, come quello accaduto oggi”.