Novecento metri quadrati su due piani, giardino, campo da basket e l’immancabile Jacuzzi. Dalla casa per gli ospiti che fu del narcotrafficante Darko Saric, i ragazzi del Studentski Kulturni Centar vanno e vengono. Siamo a Novi Sad, in Serbia, e questo è uno dei pochi progetti europei di riutilizzo sociale di un bene confiscato.

Caso isolato, non solo in Serbia, dove la legge approvata nel 2013 resta di difficile applicazione, ma in quasi tutta Europa. E’ quanto emerge dalla presentazione del progetto Icaro, Instruments to remove Confiscate Asset Recovecy’s Obstacles, presentato a Milano nel convegno “Le infiltrazioni delle mafie nell’economia legale: mafie senza confini”. Finanziato dalla Commissione europea e sviluppato da Arci Milano, Avviso Pubblico, CdIE. Cgil Lombardia, Sao e Università degli Studi, il progetto ha lo scopo di promuovere il riutilizzo sociale dei beni confiscati come strumento di lotta alle mafie, attraverso l’individuazione e la diffusione di buone pratiche nella gestione di beni e aziende.

Secondo il rapporto stilato da Europol nel 2013, in Europa imperversano 3600 organizzazioni criminali. Di queste il 70 percento hanno carattere di mafiosità. Che siano gruppi autoctoni o “importati” non fa differenza: il problema nel Vecchio Continente non è percepito, quando non viene esplicitamente negato. Il caso più eclatante è certamente quello della Germania, dove la strage di ‘ndrangheta avvenuta nel 2007 a Duisburg, non costituisce assolutamente quello spartiacque che ha rappresentato per l’Italia e la mafia calabrese continua a essere percepita come un mero fenomeno folcloristico, nonostante la Bka, la polizia tedesca, abbia contato 230 clan, quasi 300 affiliati e 1200 fra fiancheggiatori e collaboratori. L’ordinamento giuridico tedesco non contempla un articolo paragonabile al nostro 416 bis, ma si limita a prevedere il reato di associazione criminale, cui si ricorre raramente. Basti pensare che nel 2012 è stato usato solo 8 volte in indagini che riguardavano la mafie italiana e a oggi vi sono in tutto sei condannate divenute definitive.

Il problema delle confische e del riutilizzo sociale dei beni in Europa è dunque, innanzitutto, un problema di tipo culturale. Sequestri e confische vengono disposti per crimini gravi, quali narcotraffico, tratta di esseri umani, riciclaggio, falsificazione e sfruttamento sessuale di minori. Ma non per mafia, non essendoci una definizione di crimine organizzato di stampo mafioso.

Il riutilizzo sociale di un bene per affidamento diretto da una municipalità a un’associazione è previsto, oltre che in Italia, solo in Belgio, nella regione fiamminga, mentre in Estonia i beni materiali possono essere affidati a organizzazioni non governative o a enti locali. Più frequentemente i beni vengono venduti e Francia e Spagna si sono dotati di un fondo di prevenzione e contrasto su cui far confluire i proventi della vendita. Così in Scozia, dove il fondo finanzia programmi di sostegno contro comportamenti antisociali.

Belgio, Francia e Paesi Bassi hanno creato anche un’agenzia che però, a differenza di quella italiana, non ha il compito di gestire immobili e attività commerciali, quanto piuttosto di recuperarli, svolgendo indagini.

Diversa, invece, è la situazione a livello comunitario. Nel marzo 2014 la Ue ha approvato una direttiva in materia di sequestri e confische che, esattamente all’opposto di quanto succede nei singoli Paesi, ha una grande valenza politica di riconoscimento e lotta alla criminalità organizzata transfrontaliera. La misura ha l’obiettivo di imporre agli Stati di dotarsi dei mezzi per poter rintracciare, congelare gestire e confiscare i proventi di reato. Fra gli strumenti adottati, la confisca per equivalente, ovvero per un valore corrispondente a quello dei proventi ritenuti illeciti; la confisca estesa, che può arrivare a privare il condannato anche di tutti i suoi beni se derivati da condotte criminose o sproporzionati al reddito legittimo; e la confisca presso terzi, considerati dei prestanome.

La direttiva europea deve essere ratificata dai singoli Stati entro e non oltre il 4 ottobre del 2016. Pena il pagamento di sanzioni, di cui in questo periodo non si sente la necessità. L’Italia non l’ha ancora recepita, così come, in questi anni, non ha recepito numerose decisioni quadro di contrasto alla criminalità organizzata. “Purtroppo, scontiamo imperdonabili ritardi nel nostro sistema-paese”, ha affermato il magistrato fiorentino Pietro Suchan, di Eurojust, ospite al convegno. Motivo, “la mancata attuazione interna delle decisioni quadro e convenzioni intermedie, in particolare su intercettazioni telefoniche eseguite in termini di contestualità, videoconferenze, agevolazione a livello europeo dell’esecuzione del blocco dei beni , delle indagini patrimoniali, dei sequestri preventivi e delle confische”.

Per anni si è detto che il nostro Paese possiede la legislazione antimafia più avanzata d’Europa e che il nostro ordinamento avrebbe dovuto fungere da modello per gli altri paesi. Vero, ma solo a livello interno. Perché nella lotta al crimine transnazionale, l’Italia si muove ancora con il vecchio strumento della rogatoria internazionale, e con le misure previste dalla Convenzione di Strasburgo II (1993). A livello internazionale ha ratificato la Convenzione di Merida e di Palermo (2000), ma dal 2000 ad oggi non ha recepito numerose decisioni quadro che avrebbero agevolato misure di confisca all’estero, nonché lo scambio di informazioni e la cooperazione fra uffici (con l’eccezione della decisione quadro 2006/960/Gai relativa allo scambio di informazioni e intelligence, che il governo si è impegnato ad adottare con la legge delega del dicembre scorso). Soprattutto, dal 2000-2002, non abbiamo mai attuato la normativa europea sulle Squadre Investigative Comuni che, muovendosi sempre sotto l’autorità giudiziaria, hanno il potere di eseguire interventi diretti nei Paesi coinvolti, senza bisogno di rogatorie internazionali. Come dire, un enorme risparmio di tempo e denaro a cui continuiamo a rinunciare.