Le commissioni parlamentari stanno esaminando in questi giorni il decreto di rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero. Compresa la campagna irachena contro l’Isis che ci costerà mezzo milione di euro al giorno, e la vecchia missione in Afghanistan, che non smette di riservare costosissime sorprese. Ancora denari anche per le fallimentari missioni in Libia.

Lo stanziamento totale del decreto, che copre solo nove mesi di spese (fino al 30 settembre), è di 868 milioni di euro, vale a dire quasi l’intero Fondo missioni 2015 del ministero dell’Economia e delle Finanze (900 milioni): per arrivare a fine anno serviranno altre centinaia di milioni. Tutti soldi “civili” usati per spese militari: generosi finanziamenti integrativi strutturali al bilancio della Difesa, come i miliardi di contributi del ministero dello Sviluppo economico per l’acquisto di armamenti.

La quasi totalità dello stanziamento, 746 milioni pari a 2,7 milioni al giorno, è infatti destinata alle missioni militari: 542 milioni per le spese del personale militare, più altri 204 milioni di costi ‘extra’ per l’Afghanistan e di spese per il personale dei servizi segreti operativo nelle missioni più difficili. Ben 135 milioni vengono spesi per l’operazione anti-Isis che i nostri generali hanno battezzato Prima Parthica, nome che rievoca la legione romana di coscritti siriani basata in Iraq che combatteva contro l’impero dei Parti. La partecipazione alla coalizione militare guidata dagli Usa ha un costo mensile di circa 15 milioni di euro, necessari per pagare l’impiego di 500 soldati, forze speciali, cacciabombardieri, elicotteri e droni. Il costo effettivo della missione aumenta se si contano anche le relative spese per il dispositivo d’intelligence dell’Aise a protezione di basi e personale: 8,6 milioni per tutte le missioni, non si sa quanto per il solo Iraq. Infine vanno aggiunti altri 200mila euro per la fornitura di altre armi ai curdi iracheni, che si aggiungono ai 2 milioni stanziati la scorsa estate.

La vera sorpresa contenuta nel decreto riguarda però l’Afghanistan. Altri nove mesi di questa missione, che giunta al suo quattordicesimo anno cambia nome (da ISAF a Resolute Support) e si ridimensiona come contingente e operatività, costano grosso modo come la missione in Iraq: circa 140 milioni di euro, contando anche le strutture di comando. A questa cifra vanno però aggiunti ben 73 milioni di euro per i costi delle operazioni di rimpatrio di uomini e mezzi – noleggio di aerei e navi cargo privati e relative polizze assicurative – e soprattutto 120 milioni di euro destinati a esercito e polizia afghani. Almeno loro avranno i soldi per la benzina delle volanti a differenza di quanto accade in Italia: si tratta della prima delle tre tranche annuali di un finanziamento complessivo da 360 milioni che l’Italia ha deciso in ambito Nato durante il governo Monti. Alla fine, pur senza contare i costi per gli 007 dell’Aise, la missione in Afghanistan ci costa fino a settembre oltre 300 milioni di euro.

Il decreto, incredibilmente, rifinanzia anche le vecchie e fallimentari missioni in Libia: un automatismo burocratico completamente avulso dalle nuove ipotesi di intervento armato internazionale e dalla situazione di caos in cui il Paese è sprofondato. Insomma, la Libia viene trattata come fosse ancora quella di un anno fa, prima dello scoppio della guerra civile e del venire meno di interlocutori politici e militari affidabili. Nel decreto c’è uno stanziamento di 5,7 milioni di euro per la prosecuzione delle missioni di supporto alle forze armate libiche (quali?) nel controllo delle frontiere, in gran parte destinati alle famose motovedette della Guardia Costiera libica donate da Silvio Berlusconi a Muhammar Gheddafi. Il moltiplicarsi di sbarchi e naufragi di migranti in partenza dalla Libia dovrebbero far sorgere seri dubbi sull’utilità di proseguire questo tipo di missioni nella Libia di oggi.