Ormai, più che di attesa, si tratta di un conto alla rovescia. Nel senso che i mercati se lo aspettano e a questo punto la Banca centrale europea presieduta da Mario Draghi non può più tornare indietro: è quasi sicuro che giovedì 22 gennaio il suo consiglio direttivo, in cui siedono i governatori delle banche centrali di tutti i Paesi dell’Eurozona, varerà un piano di acquisto “su larga scala” di titoli di Stato. Cioè il tanto discusso “quantitative easing” (qe), un’operazione che, iniettando denaro nell’economia e riducendo i tassi di interesse, si spera riesca a riattivare il circuito del credito, generare un minimo di inflazione (ora i prezzi nell’area euro sono in discesa, segnale di una pericolosa stagnazione) e in ultima analisi far ripartire il motore della crescita e dell’occupazione. Anche indebolendo ulteriormente la moneta unica rispetto al dollaro, cosa che si tradurrà in un aumento delle esportazioni delle aziende europee. Peccato però che, per ottenere il via libera della cancelliera tedesca Angela Merkel, del suo ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble e del governatore della Bundesbank Jens Weidmann, Draghi dovrà condizioni che potrebbero rendere poco efficace quello che molti definiscono “bazooka“, nel senso dell’arma più potente a disposizione di Francoforte.

Il braccio destro di Draghi rompe gli indugi: “Il qe è l’opzione di base” – I dubbi su un eventuale nuovo slittamento del programma per attendere l’esito delle elezioni in Grecia (25 gennaio) appaiono superati. Tanto più dopo che venerdì l’economista francese Benoit Coeuré, braccio destro di Draghi e membro del board dell’Eurotower, ha dichiarato in un’intervista che “acquistare obbligazioni sovrane” è la “opzione di base” e si stanno “discutendo le questioni tecniche”. Poco meno che un annuncio ufficiale. L’ammontare dello “shopping” non è ancora noto, ma Coeurè ha dichiarato che “perché sia efficace deve essere grande”. Vale a dire che con tutta probabilità l’operazione varrà più di 500 miliardi di euro. Secondo Credit Suisse lo “scenario di base” è che la Bce annunci una manovra espansiva di valore compreso tra 500 e 750 miliardi.

Se ogni banca centrale nazionale comprerà titoli del proprio Paese, accollandosi i rischi, i mercati si convinceranno che la Bce non è in grado di operare nell’interesse dell’area euro

Il compromesso con la Merkel e la “spinta” di Der Spiegel – Ancora da definire i dettagli su come funzionerà il piano e chi si accollerà i rischi finanziari, aspetto su cui continua a concentrarsi l’attenzione della Germania che notoriamente è contraria al qe. Il nodo è proprio questo: secondo indiscrezioni raccolte dal settimanale tedesco Der Spiegel, Draghi e Merkel – che mercoledì scorso si sono visti a Berlino – avrebbero raggiunto un‘intesa: ad acquistare i titoli di Stato di ogni Paese sarà la sua banca centrale nazionale, con un tetto massimo pari al 20-25% del debito pubblico. Vale a dire che il rischio non sarà condiviso e centralizzato nella Bce, bensì rimarrà in capo a BankitaliaBanco de EspañaBanque de FranceBundesbank eccetera. Le quali, dunque, subiranno le eventuali perdite legate a un ipotetico default sovrano della Penisola. Senza ripercussioni per i contribuenti degli altri 18 Stati dell’Eurozona. Ma secondo diversi analisti l’articolo dello Spiegel è stato “ispirato” da fonti tedesche che mirano a influenzare il dibattito in quella direzione. E la quadratura del cerchio non è stata ancora trovata. E’ probabile che l’intesa finale sarà di compromesso. Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung nella sua edizione domenicale scrive che le banche centrali nazionali si faranno carico di “almeno il 50%” dell’esposizione agli acquisti di titoli.

In gioco la credibilità della Bce – D’altronde la decisione di non condividere in alcun modo il rischio, pur presentando il vantaggio di avere il placet dei tedeschi e degli olandesi, darebbe un segnale di scarsa coesione. Guntram Wolff, direttore del think tank bruxellese Bruegel, in un commento pubblicato pochi giorni fa ha scritto che questa soluzione “sarebbe nel migliore dei casi inefficace, nel peggiore pericolosa“, “manderebbe il segnale che la Bce non è più una istituzione coesa e equivarrebbe a dichiarare che non è in grado di operare nell’interesse e per conto dell’intera area euro. Questo ne minerebbe la credibilità non solo nell’acquisto di titoli ma in senso più ampio”. Una catastrofe, considerato che oggi basta una parola di Draghi per muovere i mercati finanziari. Non per niente il governatore di via Nazionale, Ignazio Visco, si è opposto all’idea che le banche centrali nazionali acquistino i titoli a carico del proprio bilancio con la motivazione che “la frammentazione finanziaria dell’area euro potrebbe tornare ad ampliarsi”. Tradotto: si rischia la disgregazione dell’Eurozona.

La Grecia sarà con tutta probabilità esclusa dal programma perché i suoi titoli di Stato sono classificati come “spazzatura”

L’ostacolo Atene sulla road map di Francoforte – Tanto più se davvero, come vogliono molte indiscrezioni, alla Grecia non sarà consentito di partecipare. Perché i suoi titoli di Stato sono classificati come “spazzatura” dalle agenzie di rating e non soddisfano quindi gli standard di qualità decisi dalla Bce. E’ Atene, dunque, la maggiore incognita all’orizzonte. E non più solo per il timore della probabile vittoria alle urne di Alexis Tsipras, il cui programma anti austerity non contempla l’uscita dall’euro ma prevede la rinegoziazione del debito nei confronti della troika e delle banche: negli ultimi due giorni dalla Grecia sono arrivati segnali di pericolo ben più immediati. Diversi istituti di credito sono in ginocchio a causa della corsa agli sportelli che nel solo mese di dicembre ha prosciugato i depositi di ben 3 miliardi di euro. Di conseguenza venerdì si è diffusa la notizia che Eurobank e Alpha Bank hanno chiesto assistenza al sistema di liquidità di ultima istanza dell’Eurosistema, una misura a cui gli istituti ricorrono quando sono sull’orlo del default. E sabato alla lista si è aggiunta Piraeus Bank. Ma non è finita: secondo il quotidiano Ekathimerini l’altro grande istituto del paese, la National Bank, farà lo stesso lunedì. Una situazione che non farà che aggravare la dipendenza del Paese dal sostegno internazionale.