Sparito Orbán, l’Ue cala la maschera: perché in realtà l’ingresso dell’Ucraina è ancora lontano. L’ipotesi? Un’adesione “fake” proposta da Berlino
Se c’è un dossier sul quale l’Unione europea si è sempre mostrata compatta è quello del sostegno all’Ucraina. Si sono sprecati i whatever it takes di Ursula von der Leyen, Kaja Kallas e di molte cancellerie. Il sostegno a Kiev non si discute. Almeno nelle dichiarazioni pubbliche. Ma si sa, nel retropalco le maschere calano e gli attori mostrano le loro vere facce. Basta allora tenere le orecchie ben aperte nei Palazzi di Bruxelles e Strasburgo o parlare garantendo l’anonimato che emerge un’altra realtà: l’adesione dell’Ucraina all’Ue, al momento, è irrealizzabile. Inoltre, non piace affatto a più di uno Stato membro che di fronte ai microfoni si dice invece pronto ad accogliere Kiev tra i 27.
Perché l’adesione di Kiev è al momento irrealizzabile
Fino a oggi la messinscena ha potuto contare su un attore protagonista che ha attirato su di sé le luci di tutti i riflettori: Viktor Orbán. L’ex primo ministro ungherese, legato a doppio filo con Mosca anche per esigenze economiche interne, ha usato il dossier ucraino come arma di ricatto nella pluriennale guerra combattuta contro le istituzioni comunitarie. Adesso che lui non c’è più, il suo successore Péter Magyar ha però capito che la strategia del leader di Fidesz porta i suoi frutti e la sta già riproponendo.
Ma c’è altro. Il 27 maggio, funzionari Ue in forma anonima hanno fatto circolare la notizia che l’Unione sarebbe pronta ad avviare il primo dei sei cluster, i capitoli negoziali previsti dal processo di adesione, per l’entrata dell’Ucraina nel gruppo dei 27. Da Kiev, esponenti del governo si sono addirittura detti pronti per aprire tutti e sei i capitoli. C’è un problema: nella situazione attuale l’Ucraina non può in alcun modo entrare a far parte dell’Unione europea, nemmeno se ci fosse la volontà politica di farlo.
Tralasciando il fatto che Kiev è in ritardo sull’attuazione di riforme necessarie per rispettare gli standard richiesti a tutti i Paesi candidati a entrare a far parte dell’Unione europea, c’è un elemento che non viene mai citato. Ed è il vero problema che, se non viene risolto, rende tutti gli sforzi vani: l’Ucraina è un Paese in guerra e, soprattutto, un Paese occupato.
Questo ha delle conseguenze concrete sul processo di adesione: come si fa ad accogliere tra gli Stati membri un Paese che, ad oggi, non ha né un territorio riconosciuto a livello internazionale saldamente sotto il suo controllo, tenendo contro che la Crimea e parte del Donbass sono occupati dall’esercito russo, e di conseguenza una popolazione definita? Sembrano questioni puramente formali, ma in realtà rendono l’adesione dell’Ucraina incompatibile col funzionamento dell’Ue. La popolazione, ad esempio, è uno dei criteri con i quali si stabilisce la redistribuzione dei fondi Ue e si calcola anche la maggioranza qualificata nelle votazioni in sede di Consiglio Ue (almeno il 55% dei paesi membri con il 65% della popolazione totale). Non avere un territorio pienamente sotto il proprio controllo, inoltre, mette Bruxelles di fronte a una scelta: riconoscere solo quello effettivamente controllato da Kiev, ma si tratta di un dato che varia di giorno in giorno e che, in caso di conquiste russe, esporrebbe l’Unione a un attacco militare sul proprio territorio, oppure considerare quello riconosciuto a livello internazionale, con lo stesso rischio di entrare ufficialmente in guerra contro la Russia che a quel punto starebbe occupando il territorio di un Paese membro. Uno stallo che potrebbe diventare permanente se il conflitto ucraino si dovesse risolvere con una soluzione alla coreana, ossia senza un trattato di pace. A tutto questo si aggiunge il fatto che le riforme presenti e future e qualsiasi azione venga intrapresa in Ucraina sono decise da un governo che ha visto scadere il proprio mandato ormai da più di due anni, mentre uno dei sei cluster Ue riguarda proprio il funzionamento delle istituzioni democratiche.
L’adesione “fake” proposta da Merz
La messinscena è talmente evidente che è toccato al cancelliere tedesco, Friedrich Merz, inventarsi qualcosa per salvare la propria faccia, quella dei colleghi europei e, allo stesso tempo, tenere buono il governo di Kiev. Così il 21 maggio se ne è uscito con una lettera indirizzata agli altri leader Ue nella quale si propone di accogliere l’Ucraina come “membro associato“. “È chiaro che non saremo in grado di completare il processo di adesione nel prossimo futuro, visti gli innumerevoli ostacoli e le complessità politiche delle procedure di ratifica”, ha scritto proponendo quindi di concedere a Kiev questo particolare status, un “passo decisivo” prima dell’adesione a pieno titolo.
Che cosa questo significhi, in realtà, è tutto da capire, dato che i Trattati non prevedono questa formula. Ma tanto è bastato ai suoi colleghi per manifestare grande approvazione per la proposta. Dalla Commissione europea all’Irlanda, fino alla Lettonia (che ha però ammesso di non sapere “cosa ci sia sotto”) e anche al ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, c’è stata grande apertura e soddisfazione per i contenuti della missiva. Nel documento che porta la firma del cancelliere tedesco, però, si chiarisce addirittura che la sua proposta non trattava affatto di un’adesione “leggera” o a prezzo ridotto, bensì uno status che consentirebbe all’Ucraina di partecipare ad alcune riunioni del Consiglio europeo, di avere un commissario europeo “associato” senza portafoglio e membri “associati” del Parlamento europeo senza diritto di voto. Di fatto, quindi, un osservatore.
Ciò che in verità si può fare, a meno che non si voglia mettere mano ai Trattati nel tentativo di creare uno strumento giuridico di associazione, senza alcuna garanzia su tempistiche e possibilità di successo, è implementare l’accordo di associazione Ue-Ucraina, già in vigore come con altri Paesi. Si tratta di un’intesa bilaterale con la quale le parti si impegnano a rispettare accordi di diversa natura. Ma questo non ha niente a che fare con un processo di adesione vero e proprio.
Cadono le maschere
A Bruxelles lo sanno tutti: alcuni Paesi sono fermamente contrari all’entrata dell’Ucraina nell’Ue e il tema, nonostante sia formalmente in cima all’agenda di ogni Consiglio Ue, è di scarsa attualità. Così, anche di fronte a possibili nuove concessioni economiche a sostegno di Kiev, chi potrebbe uscirne penalizzato si mostra già contrario. La Polonia, ad esempio, si è opposta alla proposta di Merz: “Da tempo, la posizione polacca è quella del cosiddetto processo basato sul merito – ha dichiarato Ignacy Niemczycki, segretario di Stato polacco presso il ministero degli Esteri, al suo arrivo al Consiglio Affari Generali – Abbiamo già un processo in atto che ha funzionato in passato e vogliamo concentrarci sul fatto che questa sia la strada da seguire. Non sto dicendo che non dovremmo discutere di altre possibilità, di altri meccanismi, ma l’obiettivo finale deve essere lo stesso. Questa è la nostra offerta a tutti i Paesi candidati”.
Per comprendere la posizione di Varsavia serve contestualizzare. Nell’ultimo bilancio pluriennale, al Paese sono stati assegnati circa 76 miliardi di euro di fondi europei, molti dei quali legati alla peculiare vocazione agricola del Paese. Accogliere nell’Ue il granaio d’Europa in condizioni economiche post-belliche significherebbe veder sfumare una bella fetta di quei fondi in favore dell’Ucraina. Senza dimenticare che il Paese condivide buona parte dei suoi confini proprio con l’Ucraina e un’apertura delle frontiere potrebbe provocare un flusso incontrollato di sfollati nei Paesi vicini.
Non a caso il tema preoccupa anche un altro grande Stato confinante, l’Ungheria di Magyar che con il Paese di Volodymyr Zelensky porta avanti storicamente un braccio di ferro anche sul tema delle minoranze ungheresi in territorio ucraino. Non è un caso, quindi, che il nuovo premier abbia subito portato la questione sul tavolo frenando gli entusiasmi: “Possiamo accettare l’apertura del primo capitolo dei negoziati di adesione dell’Ucraina all’Ue solo se riusciremo a raggiungere un accordo sui diritti delle minoranze ungheresi”, ha precisato.
C’è poi la questione del processo di adesione dei Balcani occidentali, come ricordato anche recentemente dal ministro Tajani. Ci sono diversi Paesi, tra cui il Montenegro e l’Albania, che da anni stanno facendo riforme e portando avanti negoziati per arrivare all’adesione definitiva, originariamente in programma per il 2025. Creare una corsia preferenziale per Ucraina e Moldova rischierebbe di provocare uno scontro tra l’Ue e l’intera regione, con Russia e soprattutto Cina pronte ad approfittarne. Lo hanno confermato a Ilfattoquotidiano.it anche diverse fonti parlamentari europee appartenenti a diverse famiglie politiche: “L’adesione dell’Ucraina non è un tema veramente sul tavolo, lo sanno tutti. L’Ue deve cercare di tenere Kiev tranquilla e non perdere la faccia. Ma non possiamo scavalcare i Balcani”.