Circa un anno fa, su invito del mio collega piemontese Alessandro Manuelli, ebbi modo di conoscere il sindaco Marco Marcello Niceta Potí, a Melendugno, Comune a pochi km da Lecce, proprio davanti alla porta del Consiglio comunale. Qualche stretta di mano e fui coinvolto nelle attività del comitato scientifico che aveva il compito di analizzare ed esporre le perplessità nei riguardi del gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP), vettore di gas azero in Europa, predestinato ad approdare a San Foca, nella marina di Melendugno. Per chi non la conoscesse, Melendugno rappresenta un gioiello nel Salento, meta turistica estiva di punta, spiaggia finissima, mare cristallino e falesie mozzafiato, tanto da essere sistematicamente fregiata della Bandiera Blu.

Torre_Sant'Andrea-MelendugnoTorre_dell'Orso-Melendugno

È di questi giorni la notizia della presentazione di un progetto partecipato di ecovalorizzazione che renderà le marine di Melendugno un ecomuseo costiero.

Affacciatomi nella sala consiliare, un po’ svagato come chi giunge sul campo senza piena contezza dei valori in gioco, mi ritrovai accanto numerosi  ricercatori e docenti universitari delle discipline più disparate, docenti di diritto, avvocati, biologi marini, geologi, sociologi, ingegneri e architetti. Coordinati dal Prof. Dino Borri, urbanista del Politecnico di Bari.

Senza alcun preconcetto, vennero poste in evidenza perplessità e sottolineati rilievi di carattere tecnico circa i rischi connessi alla realizzazione del gasdotto, dal cantiere nella macchia mediterranea alla centrale di depressurizzazione, nel territorio tra i centri di Vernole e Melendugno. Oltre ai 55km di gasdotto che attraverseranno il Salento, fino al punto di innesto nella rete nazionale Snam, a Mesagne, in provincia di Brindisi. Si parlò di posidonie, di emissioni di gas serra, di rischi di varia natura e livello, di muretti a secco, di vincoli paesaggistici, di ulivi. Di possibili inibizioni della pesca nel tratto interessato dai lavori nonché della fruizione della bellissima spiaggia sotto cui passerà il tubo, di più di un metro di diametro.

Partecipai, diverse volte, sempre dopo il lavoro, attraversando le strade che da Lecce conducono all’Adriatico, preferendo la strada che passa vicino al Parco delle Cesine e corre parallela alla costa, proprio dove il gasdotto dovrebbe inabissarsi, perforando il fondale, per spuntar poi oltre le dune. A San Basilio.

Amo troppo la mia Puglia, per non credere che ogni intervento sul nostro suolo debba essere un atto di ponderata responsabilità. Ho studiato le sudate carte e sono arrivato a delle conclusioni di carattere tecnico. Ma non di questo voglio parlare qui.

Voglio invece sottolineare la dedizione di tanti professionisti, docenti, che presero parte a quegli incontri, con assiduità e fervore. Questo è il Sud che amo. Fatto di gente preparata, presente e fiera. Che spende tempo e reputazione per una battaglia. A prescindere dal suo esito, non scontato. Non ho la presunzione di giudicare qui se noi fossimo nel giusto o giudicare la controparte. Nell’esprimere un parere tecnico si muovono dei rilievi alquanto asettici. Qui parlo del Sud che non fa notizia ma cresce in consapevolezza e chiede di partecipare al negoziato degli interessi che lo riguardano, senza dover subire decisioni strategiche prese altrove. Di comunità locali che chiedono di esprimersi, democraticamente, partecipando.

Al di là della questione Tap, si tratta d’intendere se la democrazia debba seguire un approccio inclusivo e partecipato allo sviluppo sostenibile o, al contrario, debba continuare a essere una delega in bianco nei riguardi di scelte strategiche centralistiche. Quindi sovraordinate rispetto a qualsiasi processo decisionale nel territorio che quelle decisioni coinvolgono nei fatti. La questione non può banalmente derubricarsi a isterismi da sindrome Nimby, come si tenta di fare sempre in queste occasioni. Si tratta, al contrario, di capire e far capire ai vari stakeholders i costi ambientali, gli impatti sulle attività e sul turismo e, di contro, i reali benefici occupazionali derivanti da quelle scelte ritenute “strategiche”.

Ricordo la presenza attiva e determinata dei ragazzi del Comitato No Tap: Gianluca Maggiore, in primis, convinto assertore della inutilità dell’opera. Non per aprioristico ecologismo, ma sempre con argomentazioni di carattere tecnico. L’ultima sera, eravamo tutti lì a leggere e rileggere il documento del cosiddetto “controrapporto”: un labor limae suddiviso per tavoli. Ci congedammo. Pochi giorni dopo, fui catapultato in un teatro gremito di folla. Danilo Lupo moderava la serata. Presentai anche io, in cinque minuti. Alla fine, apparve inequivocabile il desiderio di quella gente di mantenere una vocazione turistica per il proprio territorio.

Da allora la questione è stata dibattuta a vari livelli, rimpallata tra ministeri e Regione. Proprio in questi giorni, la Tap è stata rimessa in discussione dall’Ordine degli ingegneri di Lecce, che ha manifestato apertamente le proprie perplessità sull’utilità del gasdotto a San Foca. Oltre alla notizia dell’esplosione in un gasdotto di Ravenna, che ha riacceso le polemiche circa l’assoggettabilità dell’opera a norme più stringenti. Regione e Comune chiedono il rispetto della Legge sui “grandi rischi”. Dalla loro parte il Ministero dei Beni Culturali. In coerenza con uno studio della Commissione Europea del 2011 che ha riportato statistiche inerenti i rischi legati all’esercizio dei gasdotti e i gap normativi a livello comunitario, auspicando l’inclusione delle pipelines nella direttiva Seveso. Sulla sponda opposta la multinazionale Tap e Ministero dell’Interno.

Nei prossimi mesi il braccio di ferro si concluderà in ogni caso. Mi domando se, ancora una volta, i nostri rappresentanti non stiano perdendo una grande occasione per trasformare un’opera ritenuta strategica in una occasione di bonifica di tratti di costa con problematiche ambientali complesse, senza ridursi a lasciar scegliere un luogo a vocazione così schiettamente turistica quale è San Foca.