L’inchiesta sulla Mafia capitale “è iniziata dua anni fa, quando sono arrivato io”, ha tenuto a precisare Giuseppe Pignatone, il procuratore capo di Roma, nella conferenza stampa sull’operazione che ha scoperchiato un sistema criminale che dalla “strada”, dove comandava il boss Massimo Carminati, penetrava nel cuore della politica romana. Dopo aver combattuto le mafie tradizionali – Cosa nostra a Palermo e la ‘ndrangheta a Reggio Calabria -Pignatone ne ha scoperta una, inedita, nella città del potere politico. Persino la famigerata Banda della Magliana scampò l’accusa di 416bis, l’associazione mafiosa, cancellata nel 1999 dalla Cassazione dopo aver passato la prova dei precedenti gradi di giudizio. Perché, argomentarono i supremi giudici, Carminati e soci non controllavano in modo capillare il territorio della capitale, come facevano le mafie “vere” nelle loro terre.

Come dimostrano le inchieste degli ultimi anni sulla “colonizzazione”della ‘ndrangheta al Nord, però, non è il controllo del territorio quartiere per quartiere, stile Palermo, la caratteristica delle “nuove mafie”. Piuttosto il controllo degli affari, delle forniture, di determinati settori economici, di cricche politico-imprenditoriali, di appalti e commesse pubbliche. Proprio come a Roma, secondo l’inchiesta Mafia capitale. “Le nuove mafie utilizzano la corruzione per raggiungere i propri obiettivi, sostituendola allo strumento proprio dell’associazione mafiosa, l’intimidazione classica”, commenta oggi il presidente dell’Anac Raffaele Cantone (già magistrato anticamorra), in un’intervista a La Stampa. Il 416 bis, Pignatone lo ha affibbiato addirittura all’ex sindaco Gianni Alemanno, un caso senza precedenti per una grande città fuori dalle regioni d’origine delle mafie italiane, anche se in conferenza stampa il procuratore ha precisato che la posizione di Alemanno è ancora “oggetto di valutazione”.

Pignatone è uno scopritore di “nuove mafie”. Porta la sua firma l’inchiesta calabrese Crimine, in tandem con il versante lombardo “Infinito”, che nel 2010 non solo dimostrò l’unitarietà della ‘ndrangheta dall’Aspromonte alla Brianza, ma mise in luce la presenza di “locali” in Germania, in Svizzera, in Canada, in Australia. “Non c’è alcun pezzo di società che possa dirsi impermeabile al contagio mafioso”, si legge in “Il contagio”, il libro che Pignatone ha firmato nel 2012 con un altro magistrato di grande esperienza antimafia, Michele Prestipino, che ha pure lavorato all’inchiesta Mondo di mezzo ed è da sempre molto attento alla cosiddetta “zona grigia”. “Tutti sono esposti al virus criminale, sia in Calabria che fuori dalla Calabria”, continuano. “Attenzione, questo non significa che tutta la società è contagiata, significa che è tutta esposta al rischio del contagio».

Classe 1949, in magistratura dal 1974, Giuseppe Pignatone ha fatto gran parte della sua carriera alla Procura di Palermo. Tutt’altro che amato da Giovanni Falcone, perché vicino all’allora procuratore Pietro Giammanco, nemico del pool antimafia, ha poi collaborato con Piero Grasso, attuale presidente del Senato. Anche chi non lo apprezza, comunque, gli riconosce una grande raffinatezza di pensiero. Fu Pignatone, negli anni Ottanta, a mettere sotto inchiesta l’intoccabile Vito Ciancimino, il sindaco Dc del “sacco” urbanistico del capoluogo siciliano, poi condannato definitivamente a  sette anni per associazione mafiosa. Per poi rispuntare, secondo l’inchiesta sulla trattativa, come intermiediario fra Stato e Cosa nostra nella stagione delle stragi. Ma sulle rivelazione di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, Pignatone è sempre stato freddo.

Altra inchiesta che fece rumore, quella contro l’allora potentissimo goveratore della Regione Sicilia Totò Cuffaro, per la quale, però, alla Procura di Palermo riaffiorarono le vecchie ruggini: Pignatone e Grasso scelsero di incriminare Cuffaro per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, mentre i “caselliani”, a partire da Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, puntavano al concorso esterno. Vinse la linea dei primi e Cuffaro nel 2011 fu condannato definitivamente a sette anni di reclusione. Oggi è in carcere a Rebibbia. Ancora, insieme a Prestipino e a Marzia Sabella, Pignatone ha coordinato le indagini che l’11 aprile 2009 hanno messo fine all’ultraquarantennale latitanza di Bernardo Provenzano.

Pignatone diventa procuratore capo a Reggio Calabria nel 2008, quando la ‘ndrangheta è una mafia già potentissima ma sottovalutata, di cui sui giornali si parla poco, e men che meno in tv. Proprio a febbraio di quell’anno la Commissione antimafia sforna una relazione interamente dedicata alla criminalità calabrese, sulla spinta dell’allora presidente Francesco Forgione. E’ la prima volta dal 1962, anno di istituzione della Commissione. Anche se i magistrati di valore non mancano, gli uffici giudiziari reggini sono cronicamente sotto organico, poco organizzati  e lacerati da rivalità interne. Un particolare simbolico colpisce i pochi giornalisti “forestieri” che si avventurano laggiù: per accedere all’ufficio del procuratore capo è necessario passare attraverso un bagno malconcio. Pignatone, che da Palermo si è portato dietro Prestipino e una squadra di investigatori fidati, prende atto della situazione e riorganizza le priorità, accendendo i fari sui clan e i boss più potenti. Con una grande attenzione, però, alle “proiezioni” della criminalità calabrese nel Nord Italia e all’estero. Nell’operazione Crimine 2 (figlia della più nota “Crimine-Infinito”, i famosi 300 arresti fra Calabria e Lombardia), gli investigatori riuscirono per la prima volta a registrare la costituzione di una nuova locale di ‘ndrangheta a Freuenfeld, in Germania (video). Ed è ancora nella gestione Pignatone che viene indagato il governatore della Regione Giuseppe Scopelliti, per fatti legati al suo passato ruolo di sindaco di Reggio, con una serie di pesantissime conseguenze politiche: la condanna in primo grado a sei anni di reclusione, le dimissioni da governatore, le nuove elezioni celebrate il 23 novembre, con la vittoria del centrosinistra. E il 9 ottobre 2012, le indagini della Direzione distrettuale antimafia hanno portato allo scioglimento per “contiguità mafiose” del Comune di Reggio Calabria, un fatto senza precedenti per un capoluogo.

Nel marzo 2012 l’ultimo incarico, deciso all’unanimità dal Csm: procuratore della Repubblica a Roma. Cioè capo dell’ufficio giudiziario competente sul cuore del potere italiano, e bollato nei decenni passati come il “porto delle nebbie” dove finivano per scomparire i fascicoli su scandali e misteri. Due anni dopo l’insediamento, ecco lo svelamento della Mafia capitale: “A Roma non c’è un’unica organizzazione mafiosa a controllare la città”, ha spiegato Pignatone. “Ci sono diverse organizzazioni mafiose. Oggi abbiamo individuato quella che abbiamo chiamato Mafia Capitale, romana e originale, senza legami con altre organizzazioni meridionali. Di cui però usa il metodo mafioso”.