Il coraggio dei padri sinodali alla fine è mancato. Nel documento finale del Sinodo dei vescovi 2014, la Relatio Synodi, che conclude l’assemblea sulle sfide della famiglia, i no più numerosi sono stati per l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione e per il riconoscimento dei diritti dei gay. I “non placet” dei padri sinodali sui divorziati risposati sono stati 74 contro 104 “placet” sul primo paragrafo del documento e 64 contro 112 sul secondo punto dove viene concessa soltanto la “comunione spirituale”, ovvero viene confermata la prassi attuale. Una retromarcia impressionante quella sugli omosessuali rispetto al testo presentato in aula dal relatore generale, il cardinale Péter Erdö, approvata con 118 “placet” contro 62. Un dietrofront che si era già palesato con il primo dei due documenti finali del Sinodo.

Nella “Relatio Synodi” sui divorziati risposati si legge che “diversi padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’eucaristia e la comunione con la Chiesa e il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari e a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati a obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti – afferma ancora il testo – dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del vescovo diocesano. “Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti”.

Sui gay nel documento finale si legge che al Sinodo “ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: ‘Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia’. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”. E in un altro passaggio si afferma che “è del tutto inaccettabile che i pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il ‘matrimonio’ fra persone dello stesso sesso”.

L’ultima parola, alla fine delle votazioni, è stata quella di Papa Francesco che ha paragonato le due settimane del Sinodo a un “cammino di uomini” fatto di “consolazioni”, ma anche di “momenti di desolazione, di tensione e di tentazioni”. Un cammino che, come ha ricordato Bergoglio, non finisce oggi: “Abbiamo ancora un anno per maturare, con vero discernimento spirituale, le idee proposte, e trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare” e “dare risposte ai tanti scoraggiamenti che circondano e soffocano le famiglie”. Ma per il Papa bisogna fuggire la “tentazione dell’irrigidimento ostile”, quella che “dal tempo di Gesù è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti, oggi, ‘tradizionalisti’ e anche degli intellettualisti”. Ma anche la “tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei ‘buonisti’, dei timorosi e anche dei cosiddetti ‘progressisti e liberalisti’”. A queste si affiancano le tentazioni “di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati cioè di trasformarlo in fardelli insopportabili”, e quella di “scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio”.

E ancora: la “tentazione di trascurare il ‘depositum fidei’, considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall’altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano ‘bizantinismi’”. Il Papa ha confessato anche che si sarebbe “molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni”, “se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace”. Ma ha sottolineato che non sono state messe “mai in discussione le verità fondamentali del sacramento del matrimonio: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e la procreatività, ossia l’apertura alla vita”. “Questa – ha affermato Bergoglio – è la Chiesa che non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani. La Chiesa che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti! La Chiesa che non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino”. Una Chiesa che il Papa e tutti i vescovi “hanno il compito e il dovere di custodire e di servire, non come padroni ma come servitori. Il Papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore; il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al vangelo di Cristo e alla tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo, per volontà di Cristo stesso, il pastore e dottore supremo di tutti i fedeli e pur godendo della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa”. Un discorso a cui è seguita una standing ovation di oltre cinque minuti.

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