“Quando ho incontrato il figlio di Antonio Acerbo l’ho ritenuto realmente una persona priva di qualsiasi tipo di professionalità che potesse in qualsiasi modo giustificare un rapporto contrattuale che sottendesse un esborso di denaro”. E’ il racconto ai pm di Milano dell’amministratore delegato della Tagliabue spa Giuseppe Asti, indagato nell’inchiesta sull’appalto “Vie d’acqua” che oggi ha portato all’arresto del manager di Expo2015 Antonio Acerbo, dell’imprenditore Domenico Maltauro (cugino di Enrico, già finito in carcere per ordine della magistratura milanese) e di Andrea Castellotti, manager della società Tagliabue e poi Facility manager Padiglione Italia Expo 2015. Secondo quanto ricostruto dagli investigatori, un incarico per il figlio sarebbe stato fra le contropartite per fare entrare la Tagliabue nell’appalto sulle Vie d’Acqua, vinto da Costruzioni Maltauro alla guida di un raggruppamento di imprese. Ma data l’assenza di requisiti, ha raccontato Asti, nessun incarico fu affidato a Livio Acerbo (indagato nell’inchiesta). 

Il passaggio dell’interrogatorio è contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Milano Fabio Antezza su richiesta dei pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio. Asti ha spiegato ai pm che “dopo l’incontro con il figlio di Acerbo promisi a Castellotti che mi sarei adoperato quanto prima per trovare qualcosa da fare al ragazzo”. Dato l’assenza di competenze professionali “per farla breve – ha aggiunto Asti – la ritenevo troppo sporca come modalità di ringraziamento nei confronti di Antonio Acerbo”.

L’INTERCETTAZIONE: “ESTERREFATTO” DA RICHIESTE DI ACERBO JR. Nell’ordinanza del gip Antezza si cita una telefonata intercettata il 25 novembre 2013 tra Domenico ed Enrico Maltauro, in cui il primo, definendosi “esterrefatto”, spiega che Livio Acerbo “ha insistito perché ha chiesto dieci volte il budget e a quel punto… anche perché se vogliamo chiudere, dobbiamo un po’ capire la cifra… hai capito?”. Cifra che, secondo gli inquirenti, si aggirerebbe attorno ai 300 mila euro, importo “dieci volte superiore” agli oltre 30 mila euro versati dall’imprenditore vicentino a Livio Acerbo per un contratto di consulenza legato alla riqualificazione dell’area ex scuderie De Montel in zona san Siro a Milano. Un incarico, anche questo, che secondo la Procura di Milano nasconde una “remunerazione” destinata al padre in cambio dell’aggiudicazione dell’appalto per le Vie d’acqua. 

In cambio della propria disponibilità a favorire l’aggiudicazione dell’appalto, spiega il gip, Acerbo faceva in modo che l’impresa Maltauro stipulasse, in data 27 aprile 2012 un contratto per prestazioni professionali di consulenza con la società Ace srl, legalmente rappresentata da Livio Andrea Acerbo, per il valore di euro 36.300“. In parallelo, il manager di Expo giocava la partita con la Tagliabue spa. E otteneva, “da parte dell’impresa Maltauro l’impegno a ricomprendere nell’Associazione temporanea di imprese costituita per la realizzazione del progetto Vie d’Acqua Sud, anche l’impresa Tagliabue spa, a lui manifestate da parte di Castellotti, volte anche a ottenere una quota di partecipazione nell’Ati superiore a quella del 2-3 per cento offerta inizialmente dalla Maltauro, e conseguendo da ultimo quella del 4%”. La mediazione va in porto e Acerbo “riceveva dalla Tagliabue, sempre per il tramite di Castellotti, la promessa di vantaggi di natura economica, anche sotto forma di ulteriori occasioni di lavoro per il figlio Livio Andrea”.

ACERBO SR, “STRAORDINARIA CAPACITA’ DI GESTIRE ILLECITI”. In tutti questi frangenti Antonio Acerbo “mostra una straordinaria capacità di gestione degli affari illeciti avvalendosi anche di soggetti qualificati, tra i quali l’indagato Andrea Castellotti”, scrive il gip. Il manager di Expo “mette a disposizione di imprenditori collusi la propria pubblica funzione, espletata proprio presso l’ente-stazione appaltante” Expo “previa retribuzione che è assicurata mediante il collaudato schema illecito dei fittizi contratti di collaborazione con la Ace, società riconducibile al proprio figlio”. La gestione degli affari illeciti, secondo l’accusa, avveniva con il classico metodo dei bandi di gara tagliati su misura dell’azienda che si voleva far vincere. “Acerbo – si legge nell’ordinanza – nella sua veste di pubblico ufficiale, interveniva anzitutto nella fase di formulazione del bando di gara per l’appalto ‘Vie d’Acqua Sud’ prevedendo l’applicazione di metodologie di valutazione delle offerte tali da attribuire un peso determinante al profilo tecnico rispetto a quello economico, per poi fornire all’impresa Maltauro indicazioni riservate e anticipate sulla redazione dei progetti in modo da assicurare l’indicazione di giudizi assolutamente favorevoli da parte dei membri della commissione aggiudicatrice, della quale era presidente”.

Significativo anche il percorso dell’altro personaggio finito ai domiciliari, Andrea Castellotti. Il gip sottolinea poi che Castellotti “dopo aver lavorato per la Tagliabue spa” nel marzo scorso, mentre veniva turbata la gara d’appalto vinta da una cordata di cui faceva parte anche la Tagliabue, ha ottenuto “con procedura non concorrenziale, incarichi per la stessa stazione appaltante la gara turbata mediante corruzione, la Expo 2015 spa”.

CANTONE E IL GIALLO DELLE DIMISSIONI DEL GENERE. Sul ruolo di Acerbo senior in Expo2015 ha preso corpo un giallo. Secondo il gip, dagli atti “non emergono” circostanze “tali da far argomentare in merito a ufficiali e accettate dimissioni rese da parte del pubblico ufficiale Acerbo Antonio”, il quale risulta “nell’attualità Direttore Construction e Rup” per il Padiglione Italia, “nonostante l’informazione di garanzia del 17 settembre 2014”. Le dimissioni di Acerbo, già indagato, da delegato per le Vie d’acqua sono state annunciate il 18 settembre dopo un incontro a Milano tra i vertiici di Expo e il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, mentre la semplice autosospesione da direttore Construction di Padiglione Italia è stata annunciata il 2 ottobre da un comunicato ufficiale di Expo2015. Secondo il gip, però, non sono “rilevanti” ai fini delle esigenze cautelari “mere dimissioni non ancora accettate ovvero mere sospensioni o addirittura semplici autosospensioni”.

Sul punto è intervenuto Cantone, rispondendo a una specifica domanda durante un’audizione in Commissione parlamentare antimafia: “Acerbo non è rimasto al suo posto: si è dimesso dopo una settimana, dopo che anche noi ne avevamo fatto richiesta informale”, ha replicato. Acerbo, ha proseguito, “è rimasto per un breve periodo perché in quel momento delicato non c’era un tecnico che si occupasse delle Vie d’acqua. Noi controlliamo tutto ciò che è accaduto dal 25 giugno in poi ed il progetto delle Vie d’acqua risale a prima. E’ difficile pensare che potessimo prevedere quello che sarebbe accaduto”.