Non c’è solo il pizzo da pagare ai boss mafiosi, le nuove forme delle estorsioni, in tempo di crisi, sono le assunzioni imposte dai vertici di Cosa nostra alle imprese. L’ultima operazione contro la in terra di Corleone – con l’arresto di cinque persone – svela che gli imprenditori vessati dalla criminalità organizzata non solo dovevano pagare il 3 per cento sui loro guadagni ma dovevano assumere coloro che venivano indicati dai clan e anche acquistare materie prime da imprenditori segnalati dagli uomini d’onore. Cambiano le pretese della Piovra, ma restano le stesse le modalità: prima il messaggio alla vittima designata con la bottiglia incendiaria, poi i furti e quindi i danneggiamenti. 

Gli investigatori, coordinati dalla Dda di Palermo, hanno scoperto che, come sempre oltre le estorsioni, la mafia puntava alla illecita gestione degli appalti, e documentato contatti tra i fermati ed esponenti politici siciliani. Secondo i carabinieri, che hanno ricostruito ruoli e funzioni dei nuovi vertici della cosca di palazzo, a svolgere le funzioni di capo sarebbe Antonino Di Marco, 58 anni, ex custode del campo sportivo e, secondo gli investigatori, fedelissimo del boss Totò RiinaDi Marco è stato pedinato mentre andava nella segreteria politica di un parlamentare regionale dell’Udc. Secondo i carabinieri Di Marco sarebbe stato investito dai vertici del mandamento di Corleone del compito di controllare la gestione degli appalti nella zona del comune di palazzo Adriano. Il clan, infatti, avrebbe messo le mani su una serie di lavori decisi dal comune. Insieme a lui sono stati arrestati Franco e Pasqualino D’Ugo, Nicola Parrino e Pietro Paolo Masaracchia. 

Comunque nessuno degli imprenditori vittime ha denunciato. “L’associazione mafiosa – spiegano gli investigatori – ha continuato a mantenere saldamente in mano il controllo del territorio attraverso la pressante azione estorsiva nei confronti di imprenditori ed il controllo dei pubblici appalti”. Le attività investigative hanno consentito, quindi, di accertare la consumazione di più episodi di pagamento, “contribuendo a delineare ulteriormente l’operatività della locale famiglia mafiosa”. I soldi delle estorsioni finivano in una cassa comune, gestita direttamente dal capo famiglia e utilizzata per finanziare le diverse azioni criminali nonché le piccole spese di tutti i sodali.