Il telefono di Marcello Dell’Utri continua a suonare. Nessuna segreteria, ma nemmeno nessuna risposta ora che l’ex senatore è diventato a tutti gli effetti un latitante. Libano, forse, la perla del Mediterraneo, Beirut, la città che il tritolo mafioso degli anni ’80 paragonò a Palermo, la sua Palermo: Marcello Dell’Utri si trova lì, latitante, senza rispondere al cellulare, dopo essersi dato tranquillamente alla fuga con le sue gambe.

Lasciare l’Italia non è mai stato così semplice. Neanche se hai una condanna in secondo grado a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nemmeno se ti chiami Marcello Dell’Utri, hai fondato un partito che secondo la procura di Palermo nasce dall’intesa con Cosa Nostra, e sei stato per vent’anni il braccio destro di Silvio Berlusconi. Perché l’ex senatore ha lasciato il Paese con documenti autentici, a lui intestati con tanto di foto e generalità.

La procura generale di Palermo ha accertato infatti che Dell’Utri può contare su un passaporto italiano, uno rilasciato dalla Repubblica Dominicana, un altro del piccolo Stato della Guinea Bissau, più la carta d’identità valida per l’espatrio: come dire che la decisione di darsi alla latitanza, o aspettare fiducioso la sentenza della Cassazione, era affidata esclusivamente al suo buon senso. Qualità, quest’ultima, che il sostituto pg Luigi Patronaggio ha sempre riconosciuto in piccole dosi al suo imputato, ed è per questo che già la notte del 25 marzo 2013, quando la corte d’appello di Palermo aveva appena confermato per la seconda volta la condanna a sette anni di carcere, aveva chiesto l’arresto di Dell’Utri per pericolo di fuga. Niente da fare, rispondevano dalla corte d’appello, evidentemente fiduciosi sul suo buon senso, nonostante la richiesta del pg contenesse anche relazioni della Dia che certificavano i preparativi dell’ex senatore per darsi alla macchia. Una casa favolosa a Santo Domingo, dove si era già rifugiato in precedenza, rapporti d’affari in chiaro scuro in Libano, in Guinea Bissau, piccoli Stati già disponibili ad ospitare la latitanza dorata dell’uomo che costruì la fortuna di Berlusconi: per la corte d’appello di Palermo, però, non c’era alcun pericolo che Dell’Utri tagliasse la corda.

Dopo la seconda condanna in appello per mafia l’ex senatore si diceva sereno, facendosi vedere tra il pubblico che al teatro antico di Siracusa si godeva la riedizione delle tragedie greche. E sono proprio i tentativi precedenti di latitanza che rendono questa storia una tragedia, anche se tutta italiana: nel marzo del 2012, quando la corte di Cassazione si apprestava ad esprimersi per la prima volta sulla situazione dell’ex manager di Publitalia, il suo cellulare raccontava di un soggiorno in Spagna, o comunque in un paese di lingua spagnola. “Ero andato a rilassarmi in una beauty farm” si giustificherà il diretto interessato dopo il momentaneo scampato pericolo. Giustificazione poco credibile, ed ecco che il 10 marzo 2014 la procura generale chiedeva almeno di imporre il divieto d’espatrio a Dell’Utri, ottenendo un nuovo stop, motivato questa volta da un cavillo giuridico: per i condannati per mafia è possibile chiedere l’arresto, ma non il divieto d’espatrio.

Arresto che veniva finalmente convalidato il 7 aprile scorso, ad appena una settimana dalla data fissata dagli ermellini per esprimersi nuovamente sulla condanna di Dell’Utri. Troppo tardi: l’ex senatore è ormai diventato uccel di bosco. Cinquant’anni trascorsi insieme hanno evidentemente legato i destini di Silvio e Marcello, il meneghino e il palermitano che si erano subito piaciuti tra i corridoi dell’Università Statale, decidendo in seguito di fondare un impero, un partito, un clan. E proprio nelle stesse ore in cui all’ex premier veniva dato l’ok dal sostituto pg di Milano per l’affidamento in prova ai servizi sociali (ma sarà comunque il giudice del Tribunale di Sorveglianza a decidere), ecco che Polizia e carabinieri scandagliavano Milano per notificare al suo braccio destro il provvedimento di custodia cautelare. Solo un pugno di mosche: Marcello Dell’Utri non è un uomo che va in carcere. Non adesso almeno. “Scappare io? Non è nella mia filosofia” assicurava ai cronisti poco prima dell’ultima condanna ricevuta. Le bugie, però, trasudano impercettibili smorfie anche nei volti di chi è abituato a dirle da mezzo secolo. E gli occhi di Dell’Utri raccontavano già di palme, noci di cocco e relax a Santo Domingo. Piccolo errore di valutazione. O forse l’ipotesi Libano non era ancora stata sviluppata. Certo è che la corte d’appello di Palermo si è fatta sfuggire un uomo che la latitanza la denunciava come hobby ad ogni dichiarazione.

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