Un vero e proprio patto che ha visto sedersi allo stesso tavolo due contraenti d’eccezione: da una parte Silvio Berlusconi, dall’altra parte Cosa Nostra. Mediatore dell’accordo era Marcello Dell’Utri. L’ex premier elargiva somme di denaro ai boss, che in cambio gli avevano assicurato protezione totale, grazie a Vittorio Mangano, non solo lo stalliere di Arcore appassionato di cavalli che divenne eroe di B e Dell’Utri, ma soprattutto boss di Porta Nuova spedito a Villa San Martino per fare da bodyguard all’allora imprenditore meneghino su mandato della Piovra.

Nelle 447 pagine che costituiscono le motivazioni della sentenza che ha condannato l’ex senatore del Pdl a sette anni di carcere, la terza corte d’appello di Palermo mette nero su bianco le modalità che hanno avvicinato Berlusconi a Cosa Nostra tramite lo stesso Dell’Utri. “La genesi del rapporto che ha legato l’imprenditore e la mafia con la mediazione di Dell’Utri” scrive la corte presieduta da Raimondo Lo Forti, è rappresentata “nell’incontro avvenuto a maggio 1974, cui erano presenti Gaetano Cinà, Dell’Utri, Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Berlusconi”. Un vis-a-vis raccontato per la prima volta dal pentito Francesco Di Carlo, ritenuto provato già in primo grado, e che adesso viene ritenuto provato anche dai giudici d’appello che lo collocano tra  il 16 e il 29 maggio del 1974: quel giorno Dell’Utri si trova nel suo ufficio di Milano, per incontrare alcune persone.

“Un incontro – spiegano i giudici – organizzato da lui stesso e Cina’ a Milano, presso il suo ufficio. Tale incontro, al quale erano presenti Dell’Utri, Gaetano Cina’, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo e Silvio Berlusconi, aveva preceduto l’assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore, così come riferito da Francesco Di Carlo e de relato da Antonino Galliano, e aveva siglato il patto di protezione con Berlusconi”. È quello il primo contatto tra B e i boss di Cosa Nostra. Un incontro che i magistrati definiscono come un vero e proprio contratto, con tanto di parti e mediatore. “In virtù di tale patto i contraenti (Cosa nostra da una parte e Silvio Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Marcello Dell’Utri), legati tra loro da rapporti personali, hanno conseguito un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale dell’imprenditore mediante l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo ha versato a Cosa nostra tramite Marcello Dell’Utri che, mediando i termini dell’accordo, ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio mediante l’ingresso nelle proprie casse di ingenti somme di denaro”.

Sono i primi anni ’70, gli imprenditori rampanti in Lombardia vengono rapiti, e il giovane Silvio Berlusconi ha paura. Quell’incontro però cambia la sua vita, personale e professionale. Per sempre. “E’ da questo incontro -scrive infatti la corte- che l’imprenditore milanese, abbandonando qualsiasi proposito (da cui non è parso, invero, mai sfiorato) di farsi proteggere dai rimedi istituzionali, è rientrato sotto l’ombrello della protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano ad Arcore e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”. Una protezione molto onerosa, inaugurata pochi giorni dopo quell’incontro del 1974 con il pagamento di circa 100 milioni di lire al boss Cinà. In questo do ut des Dell’Utri era il tramite, l’uomo cerniera che teneva i contatti tra Palermo e Milano. Contatti consapevoli, “andati avanti nell’arco di un ventennio, tutt’altro che episodici, oltre che estremamente gravi e profondamente lesivi di interessi di rilevanza costituzionale”.

Dell’Utri insomma non ha paura dei boss, non è una loro vittima, come si è giustificato a più riprese. “Non è possibile affermare che Marcello Dell’Utri sia stato una vittima  associata in tale destino all’amico Berlusconi. Né può sostenersi – proseguono i giudici – che Dell’Utri, dopo avere intrattenuto così a lungo rapporti personali con boss mafiosi del calibro di Bontade, non sia stato consapevole delle finalità perseguite dall’associazione mafiosa. L’imputato aveva perfettamente chiari sia il vantaggio perseguito da Cosa nostra che l’efficacia causale della sua attività per il mantenimento e il rafforzamento di Cosa nostra”.

I giudizi messi nero su bianco dalla corte sono durissimi: “La personalità dell’imputato – scrivono i della terza sezione d’appello di Palermo- appare connotata da una naturale propensione a entrare attivamente in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare neppure in momenti in cui le proprie vicende personali e lavorative gli aveva dato una possibilità di farlo”.

L’ex senatore del Pdl insomma è il vero e proprio trait d’union che aggancia Berlusconi per conto di Cosa Nostra: prima in nome dei palermitani di Stefano Bontade, poi – dopo la seconda guerra di mafia – per conto dei corleonesi di Riina. I giudici infatti individuano nella condotta di Dell’Utri “rapporti di assoluta confidenza e mai condizionati dal timore evocato dall’imputati, l’atteggiamento di mediazione sperimentato con Totò Riina nel periodo successivo alla morte di Stefano Bontade e fino al 1992, sono del tutto incompatibili con il rapporto che lega l’estortore alla vittima. Del resto, Dell’Utri non ha mai dimostrato di temere i contatti con i boss mafiosi e di concludere accordi con loro”. Per i giudici insomma l’ex senatore del Pdl “ha ritenuto di agire in sinergia con l’associazione”. Una triangolazione, quello tra l’ex senatore, Cosa Nostra e Berlusconi, che si riproduce almeno per un lungo ventennio.

Scrivono i giudici: “In tutto il periodo di tempo oggetto della contestazione, cioè dal 1974 al 1992, ha con pervicacia ritenuto di agire in sinergia attiva con l’associazione e di rivolgersi a coloro che incarnavano l’anti-Stato, al fine di mediare tra le esigenze dell’imprenditore milanese e gli interessi del sodalizio mafioso, con ciò consapevolmente rafforzando il potere criminale dell’associazione”. Nel marzo del 2012 la Corte di Cassazione aveva ordinato un nuovo processo d’appello per l’ex senatore del Pdl, chiedendo che venisse provata la continuità del reato di concorso esterno anche tra il 1977 e il 1982, quando Dell’Utri si allontana da Arcore, per andare a lavorare da un altro imprenditore, Filippo Alberto Rapisarda.

“Non sussiste dubbio alcuno – spiegano questa volta i giudici del secondo processo d’appello – sulla prosecuzione dei pagamenti da parte di Berlusconi a Cosa nostra sulla base dell’accordo siglato nel 1974. Berlusconi ha sempre accordato una personale preferenza al pagamento di somme come metodo di risoluzione preventiva dei problemi posti dalla criminalità”. E anche durante i suoi trascorsi agli ordini di Rapisarda, Dell’Utri non interrompe i contatti con Arcore, “pronto a intervenire per tutelare le ragioni di Berlusconi che in un certo periodo si sentiva tartassato o per mediare, in seguito, le pretese di Riina che aveva imposto il raddoppio della somma”.

Rapisarda avrebbe assunto Dell’Utri su richiesta sempre dello stesso Cinà, che aveva fatto i nomi di Bontade e Teresi. Ed è proprio a Bontade e Teresi che l’ex senatore chiedere “20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5”. Fattispecie che porta i giudici a scrivere come l’ex senatore non abbia “mai provato nessun imbarazzo o indignazione nell’intrattenere rapporti conviviali con loro, sedendosi con loro allo stesso tavolo. Dell’Utri, pur non essendo intraneo all’associazione mafiosa ha voluto consapevolmente interagire sinergicamente con soggetti acclaratamente mafiosi, rendendosi conto di apportare con la sua opera di mediazione un’attività di sostegno all’associazione senza dubbio preziosa per il suo rafforzamento”.

Adesso la Corte di Cassazione ha tempo fino all’estate prossima per decidere sulla la sorte di quello che viene descritto dai giudici come un vero e proprio ambasciatore delle cosche di stanza ad Arcore: dopo scatterà la prescrizione.

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