Ci sono anche Antonino Di Matteo e Francesco Del Bene tra i sessantotto magistrati che hanno presentato domanda di trasferimento alla Direzione Nazionale Antimafia, dove si sono resi disponibili tre posti da sostituto procuratore.

I due pm palermitani fanno parte del pool che indaga sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra e rappresentano l’accusa nel processo in corso davanti la corte d’Assise di Palermo. Di Matteo è stato nei mesi scorsi oggetto di una condanna a morte emessa dal boss Totò Riina, e captata dalle cimici della Dia mentre il boss interloquiva con Alberto Lorusso nel carcere milanese di Opera.

“Da parte mia non c’è alcuna intenzione di lasciare il lavoro cominciato. È solo una domanda come tante altre che ho fatte nel corso della mia carriera – dice Di Matteo al fattoquotidiano.it –. Se dovesse essere accolta non vuol dire che dovrei abbandonare la indagini sulla Trattativa, dato che esiste la possibilità di applicare i magistrati in servizio alla Dna alle inchieste che conducevano in precedenza”. In passato i casi di magistrati che dopo il trasferimento in via Giulia hanno continuato a seguire le indagini in corso si sprecano: lo stesso Gabriele Chelazzi continuò ad indagare sulle stragi del 1993 anche dopo il passaggio dalla procura di Firenze alla Dna.

Di Matteo è l’ultimo componente del nucleo storico di pm che segue le indagini sulla Trattativa praticamente dall’inizio: l’inchiesta fu aperta dall’allora procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che dopo la candidatura a premier ha appeso al chiodo la toga. In seguito vennero applicati al fascicolo lo stesso Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi, in sostituzione di Lia Sava, passata a Caltanissetta come aggiunto, e di Paolo Guido, che adesso sta tentando a sua volta di approdare alla Dna. Tra i magistrati palermitani che hanno fatto domanda per un posto in via Giulia anche il gup Lorenzo Matassa e i pm Gaetano Paci e Laura Vaccaro.

Intanto proprio mercoledì mattina è arrivata la richiesta di trasferire il processo sulla Trattativa lontano da Palermo. L’istanza è firmata da tre dei dieci imputati: gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, secondo l’accusa tra i protagonisti del patto che pezzi delle istituzioni avrebbero stretto con Cosa nostra negli anni delle stragi mafiose. I tre imputati chiedono lo spostamento del processo in altra sede come prevede l’articolo 45 del codice di procedura penale, che disciplina il “legittimo sospetto“. Nelle 45 pagine dell’atto depositato presso la cancelleria della corte d’assise di Palermo, gli imputati evidenziano che a causa di alcuni elementi (le minacce di Riina a Di Matteo, l’incursione in casa di Tartaglia) per dimostrare che lo svolgimento del dibattimento a Palermo creerebbe pericolo per l’incolumità pubblica.