I giornali lo dipingono come un uomo disperato. Rinchiuso ad Arcore, con Dudù in grembo, circondato da amici, parlamentari e familiari, Silvio Berlusconi, per i quotidiani, si arrovella e non sa che cosa fare. Dimettersi? Combattere in parlamento? Fuggire?

In realtà una strategia per tentare di evitare la decadenza da senatore, dopo la condanna per frode fiscale, il Cavaliere ce l’ha ancora. È un piano segreto e rischioso che passa per il Consiglio di Stato, “la corte di appello del Tar”, presieduta da Giovanni Giovannini, nei primi anni Ottanta già capo di gabinetto del presidente del consiglio di Bettino Craxi. Berlusconi infatti spera che sia proprio il Consiglio di Stato a rinviare la legge Severino alla Corte Costituzionale. E si augura che lo faccia nelle prossime settimane prima del voto di palazzo Madama sulla sua espulsione. Se viene investita per tempo la Consulta, ragiona il Cavaliere, anche il Parlamento si dovrà bloccare in attesa della decisione. Per questo Berlusconi ha ordinato ai suoi di prendere più tempo possibile.

L’asso nella manica è rappresentato dall’ex presidente pidiellino della regione Molise, Angelo Michele Iorio, condannato il 22 febbraio a un anno e 6 mesi per abuso di ufficio. Sulla base della legge Severino, Iorio è stato dichiarato decaduto da consigliere regionale dal governo Monti il 28 marzo. Il fatto che il suo reato fosse stato commesso prima dell’entrata in vigore delle nuove norme sulla politica pulita – argomento forte dei supporter di Berlusconi contro la decadenza – non lo ha salvato dall’esclusione dal consiglio regionale, dove era stato eletto il 16 marzo. Il ricorso di Iorio al Tar non è stato accolto per “difetto giurisdizionale”. I giudici della prima sezione di Campobasso il 27 giugno scorso hanno infatti rimesso la questione al tribunale ordinario, rilevando però anche l’infondatezza delle obiezioni alla legge. Il politico molisano però non si è dato per vinto e ha fatto appello al Consiglio di Stato (che nella giustizia amministrativa è anche Cassazione, dato che i suoi verdetti sono definitivi) che a giorni, almeno secondo l’avvocato che difende il consigliere subentrato a Iorio, Giuseppe Ruta, dovrebbe indicare la data della prima udienza. Comunque in tempo utile per riverberarsi sull’altro scacchiere, quello della giunta al Senato.

Il legale di Iorio solleverà lì la questione di legittimità costituzionale? È più che probabile. Iorio, come molti degli altri amministratori pubblici fatti uscire dalla scena politica in virtù della nuova legge, è del resto assistito dal principe del Foro di Roma, Beniamino Caravita di Torrito, già difensore dell’ex governatore lombardo Roberto Formigoni nella vicenda delle firme false. Torrito, che fa parte di un’associazione di giuristi legati al Pdl, è l’autore di uno dei sei pareri pro-veritate depositati da Berlusconi alla giunta per le immunità del Senato per sostenere che la legge Severino è una norma penale e che quindi non può avere effetto retroattivo. Caravita è ben introdotto nelle cose della politica tanto da far parte del comitato di 35 saggi nominati dal premier Enrico Letta per riformare la Costituzione. Ilfattoquotidiano.it in questi giorni lo ha cercato più volte, senza però essere mai richiamato. Certo è che nelle 17 pagine depositate in giunta da Toritto e altri due avvocati sono riportati esattamente i contenuti del ricorso che il legale ha preparato per Iorio al Tar della Molise.

Ma quante chance ha il Cavaliere che l’operazione consiglio di Stato-consulta vada in porto? Non è chiaro. Le variabili sono molte. La prima è il tempo. Per giocarsi questa partita il voto sulla decadenza di Berlusconi deve slittare il più in là possibile. L’avviso dell’udienza del Consiglio di Stato, anche se atteso, non è ancora arrivato. La seconda variabile è il peso dei precedenti. Anzi, di un precedente. Il primo “decaduto” a provare il ricorso è stato Marcello Miniscalco (che i giornali si ostinano a indicare come Maniscalco), escluso dalle liste del Pdl anche lui in Molise a seguito di una condanna per un abuso d’ufficio commesso ben 18 anni fa. Si è rivolto al Tar che ha bocciato il ricorso, quindi al Consiglio di Stato che con la sentenza del 6 febbraio scorso ha stroncato le speranze di impallinare la Severino su costituzionalità e retroattività (leggi). La sentenza smonta tutte le contestazioni citando precedenti pronunce della Corte sull’incandidabilità per reati gravi (n.407 del 29 ottobre 1992, n. 118 del 31 marzo 1994 e così via). “Le considerazioni svolte conducono anche a un giudizio di manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale svolte dall’appellante”, mettono nero su bianco supremi i giudici amministrativi.

Basta per scongiurare il rischio di rinvio alla Corte costituzionale? No, perché questa è una sentenza della Quinta sezione del Consiglio di Stato (peraltro messa alla berlina dalla relazione del pidiellino Augello in giunta per le elezioni al Senato), e una diversa sezione potrebbe decidere altrimenti. Il Consiglio di Stato, inoltre, è un organismo estremamente politico: almeno un quarto delle nomine dei suoi componenti passa sui tavoli del presidente della Repubblica e del Consiglio dei ministri. A Palazzo Spada, per dire, sono di casa Nicolò Pollari, Patroni Griffi, Franco Frattini, Antonio Catricalà… Il presidente è l’ex capo di gabinetto di Craxi Giorgio Giovannini. La strada è dunque abbondantemente presidiata dai partiti e per il Pdl diventa essenziale percorrerla tutta. Recentemente, fra l’altro, tutta la magistratura contabile è finita nel mirino della politica. Qualche settimana fa Romano Prodi ha sparato a zero sull’efficienza dei tribunali amministrativi, Tar e Consiglio di Stato, proponendone l’abolizione. A ergersi in difesa dei guidici contabili, raccontano fonti interne a Palazzo Spada, sarebbero stati proprio quei consiglieri in quota Pdl che avrebbero fornito ampie rassicurazioni da parte di Berlusconi, solitamente propenso ad attaccare i giudici, che la giustizia amministrativa non si tocca.

E se poi davvero si arrivasse alla Corte costituzionale? Da due giorni tra i giudici siede  Giuliano Amato, il dottor Sottile di craxiana memoria che ha attraversato governi e istituzioni dalla prima alla seconda Repubblica. Amato, ricorda Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano, in un’intervista a Report nel 2009 così illustrò il suo concetto di giustizia: “Quando discuto attorno a un tavolo tecnico e qualcuno dice ‘questa cosa è vietata’, io faccio aggiungere ‘tendenzialmente’…”.