Un  insopportabile affronto per un Berlusconi ormai sul punto di rottura, se solo sapesse. Mentre falchi e colombe del suo partito si affannavano a bombardare la legge Severino Enrico Letta, senza troppa pubblicità, la applicava a pieno regime, firmando di suo pugno i decreti previsti dalla norma che è ormai l’incubo del suo principale alleato di governo. E sì, perché mentre la decadenza dalle cariche elettive di consiglieri comunali e provinciali è automatica, la sospensione dei consiglieri regionali richiede un apposito decreto del Presidente del Consiglio. E Letta, dal giorno dell’insediamento, non s’è mai tirato indietro. Per 15 volte ha firmato, di suo pugno, i decreti sanzionatori della legge che dovrebbe essere applicata anche al senatore Berlusconi. E nessuno, tantomeno dal Pdl, ha sollevato dubbi su retroattività e legittimità della legge accampando pretese sull’“agibilità politica” dei decaduti. Non un falco, non una pitonessa. Neppure i destinatari dei provvedimenti hanno protestato. La fabbrica delle sospensioni non s’è interrotta neppure quando la bomba a orologeria della sentenza in Cassazione sui diritti Mediaset si è pericolosamente avvicinata allo zerbino di Arcore.

Il 18 luglio, a due settimane dal verdetto che inchioda definitivamente il leader del Pdl, Letta firma il decreto che colpisce il consigliere della Campania Sergio Nappi (Pdl). Era finito ai domiciliari il 18 aprile a seguito dell’inchiesta sui rimborsi con l’accusa di peculato e tornato in libertà a metà maggio con il solo obbligo di firma. Ma il premier si ritrova sul tavolo l’ordinanza con le misure cautelari e applica l’articolo 8 della legge Severino. Nessuno solleva la questione della retroattività che, di lì a pochi giorni, avrebbe invece occupato giornali e pensieri degli uomini di Berlusconi e perfino di esponenti-mediatori del Pd. Il 5 agosto la sentenza in Cassazione è definitiva da quattro giorni, impazzano gli altolà del centrodestra ma Letta firma ancora e nessuno solidarizza col sospeso. Il decreto colpisce stavolta Giampaolo Lavagetto, consigliere Pdl in Emilia Romagna. Sul suo capo pesa una condanna del 2010 per peculato a uno anno e sei mesi di reclusione. Era subentrato da qualche settimana a Luigi Villani, altro sospeso Pdl per la Severino (ma con decreto di Monti) dopo esser stato arrestato per l’inchiesta parmigiana Public Money. Lavagetto, secondo i giudici, aveva usato il cellulare di servizio in maniera impropria, non aveva certo creato società offshore per frodare lo Stato come il leader del suo partito.

Ma la legge è legge, e la sospensione è scattata a tre anni dalla sentenza. Neppure in questo caso vengono sollevati dubbi sul valore retroattivo dell’anticorruzione. Giusto l’interessato obietterà, a caldo, che “è un provvedimento ingiusto” cercando d’accodarsi ai big del partito che sono però raccolti intorno al Capo e non guardano altrove. Non troverà nessuno disposto a spender per lui gli stessi funambolici argomenti che vengono compulsati da avvocati e big del partito a caccia di un salvacondotto per il leader. Del resto quando Mario Monti ha sponsorizzato la legge, in un clima di generale rancore verso sprechi e ruberie nei consigli regionali di mezza Italia, aveva incassato voti e plauso anche del Pdl, azionista della strana maggioranza. Nessun problema per l’approvazione, nessuno per l’applicazione. Ed è così che dal 5 gennaio 2013, quando è entrata in vigore e per i successivi otto mesi, i decreti sono fioccati in ogni regione d’Italia colpendo 17 consiglieri di ogni colore politico. E nessuno, tantomeno nel centrodestra, si è stracciato le vesti.

Loro sono tutti fuori dalla politica, Berlusconi no
Lo sa bene il primo che ne ha fatte le spese, il presidente del Molise Angelo Iorio. La sua carriera è iniziata nel ’75, è stato deputato e cinque volte candidato alla presidenza del consiglio regionale. Ma la sua carriera politica finisce il 28 marzo per effetto della condanna a un anno e sei mesi per abuso d’ufficio, non certo per una frode miliardaria al fisco. Monti ha sulla scrivania tre documenti: la sentenza del Tribunale di Campobasso datata 22 febbraio, la nota della prefettura del 18 marzo che indica Iorio nuovamente tra gli eletti dopo la tornata del 16 marzo, una nota del Viminale che ne suggerisce la decadenza a partire da quella data. Il premier, all’epoca transitorio fino a nuove elezioni, non ha dubbi e il 28 marzo firma la sospensione. La notizia è un lancio d’agenzia. Non provoca boatos sugli spalti del centrodestra. Gli esponenti Pdl si tengono alla larga, neppure uno che si sogni di mettere in dubbio la legge e tantomeno la tenuta di un governo ormai a termine. Alla prima prova, dunque, l’anti-corruzione della Severino tiene.

Dalle consultazioni esce il nuovo governo di larghe intese sostenuto ancora da Pd e Pdl, Letta diventa premier ed eredita l’onere di firmare i decreti di sospensione. E l’ex responsabile economico della Margherita va avanti come un treno sulla strada della Severino e anzi accelera: in un solo Consiglio dei ministri, quello del 21 maggio, decreta la sospensione di 11 consiglieri della Basilicata, tutti travolti dall’inchiesta sui rimborsi gonfiati che aveva portato all’arresto di due assessori e un consigliere, mentre per altri otto era scattato l’obbligo di dimora. Tutti insieme, uno dopo l’altro, devono lasciare i loro scranni di ogni colore politico: il capogruppo Nicola Giovanni Pagliuca (Pdl), Rocco Vita (Psi), Alessandro Singetta (Misto), Mariano Antonio Pici (Pdl), Paolo Castelluccio (Pdl), Antonio Autilio (Idv), Vincenzo Edoardo Viti (Pd), Agatino Lino Mancusi (Udc), Rosa Mastrosimone (Idv). Nessuno li rimpiange, nessuno apre un “caso”.

Neppure quando il reato è bello e che prescritto, come accaduto al consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Sicilia, Salvino Caputo, condannato a un anno e cinque mesi per un tentato abuso d’ufficio: da sindaco di Monreale provò a far cancellare due multe all’autista del vescovo. L’ultimo decreto Letta che applica la Severino è del 26 luglio e colpisce Roberto Conte, ex consigliere dei Verdi e poi del Pd, transitato nel centrodestra dopo una serie di vicende giudiziarie. All’ultima tornata elettorale aveva sfidato la sorte e si era candidato nonostante una sospensione per una condanna ricevuta nel 2009 a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione camorristica. Nel 2011 Conte torna alla ribalta grazie a un decreto firmato da Berlusconi che ha revocato la sospensione consentendo a un condannato di tuffarsi in campagna elettorale a caccia di voti. Conte, del resto, è un campione ante litteram dell’idea del centrodestra per cui gli unici giudici dei politici sono gli elettori. I campani, infatti, non restano impressionati dalle sue pendenze giudiziarie e gli regalano 10.400 preferenze. Ora è un decreto di Letta a cancellare quello di Berlusconi. Grazie all’odiata Severino.

Consiglieri estromessi anche per piccoli reati, a volte prescritti. Ma il difetto di retroattività vale solo per B.
Anche gli amministratori locali vengono sospesi o dichiarati decaduti, spesso per reati di poco conto, magari prescritti. Il provvedimento per loro, articolo 11 della legge Severino, non passa per Palazzo Chigi ma viene disposto automaticamente dalle Prefetture. Che finora hanno applicato la 235 una ventina di volte, senza ritenere sussistente la questione della retroattività che anima avvocati e politici. Quanti consiglieri comunali, provinciali e sindaci siano stati espunti dai loro municipi per effetto della legge anti-corruzione esattamente non si sa. Repubblica riferisce di una ventina di casi. Certamente sono in fase di istruttoria altri provvedimenti di decadenza.

Le prefetture hanno chiesto ai tribunali i carichi pendenti dei vari amministratori. Di sicuro è già incappato nella Severino Luigi De Filippis, ingegnere, allontanato dal consiglio comunale di Serino (Avellino) per una condanna in primo grado per abuso d’ufficio, pur essendo i fatti ampiamente prescritti. A Parabita, provincia di Lecce, si è creato un caso sulla sospensione per 18 mesi del consigliere comunale d’opposizione Stefano Prete. Il sindaco Pdl Alfredo Cacciapaglia aveva sollecitato la prefettura a pronunciarsi contro il consigliere colpito da una condanna per abuso d’ufficio. Ma nella sua giunta resta in carica un assessore, Biagio Coi, colpito da una più dura condanna a due anni di reclusione per truffa aggravata ai danni dell’Europa. La scure ha poi colpito Vincenzo Vastola, ex sindaco di Poggiomarino (Napoli), fino a qualche mese fa capo dell’opposizione: a febbraio è stato sospeso dalla carica di consigliere per via di una condanna del 2012 per aver firmato un ordine di servizio privo di protocollo che stabiliva l’installazione di cinque lampioni nella strada in cui abita mentre per regolamento avrebbe dovuto procedere a una gara d’appalto. “Credo che molti amministratori si trovino nella sua situazione, per questo chi lo ha sospeso dovrebbe accelerare la raccolta di documentazione ed emanare analoghi provvedimenti”. Parola di Francesco Nitto Palma, ex ministro della giustizia del Pdl e coordinatore del partito in Campania. Partito che ora chiede esattamente il contrario, di invalidare la legge. E non per cinque pali della luce.