Ci sono anche Eugenio Scalfari e Luciano Violante tra le “fonti” che il senatore Andrea Augello cita nella relazione per sostenere le ragioni di Silvio Berlusconi (leggi) contro la sua decadenza da senatore determinata dalla legge Severino dopo la condanna definitiva per frode fiscale nel processo sui diritti tv Mediaset. La relazione letta nella prima seduta della giunta per le elezioni mira soprattutto a tre obiettivi: l’ammissibilità di un ricorso alla Corte costituzionale da parte della giunta stessa, l’indicazione di possibili aspetti incostituzionali della legge Severino, un “rinvio interpretativo” alla Corte di giustizia europea del Lussemburgo. Ipotesi che, se trovassero corso, potrebbero dilatare a diversi mesi i tempi del voto finale sul destino del leader del Pdl. 

E’ sul primo punto che Augello cita il fondatore di Repubblica e l’ex “toga rossa”. “A livello giornalistico”, scrive il senatore Pdl, “per l’autorevolezza del suo autore, va citata l’opinione di Eugenio Scalfari, che in un rapporto dialettico con il professore Capotosti alla fine così ha concluso: ‘Io non metto in discussione il fatto che la Giunta per le elezioni e l’Aula del Senato possano svolgere occasionalmente funzioni giurisdizionali e siano quindi abilitati a sollevare questioni di legittimità costituzionale alla Consulta‘”. In più, aggiunge Augello, “sono sin troppo note le prese di posizione a favore della possibilità di ricorrere alla Corte, espresse da Luciano Violante, che non possono non avere un peso trattandosi non solo di un ex magistrato e professore ordinario di diritto penale, ma anche di un ex presidente della Camera dei deputati e della Commissione affari costituzionali della Camera”.

IL PRECEDENTE DEL PORCELLUM. E’ invece diventato un involontario testimonial delle ragioni del Cavaliere il senatore Cinque Stelle Michele Giarrusso. Membro della giunta per le elezioni, ha così sintetizzato la prima seduta: “Il Pdl vuole solo perdere tempo“. Ma anche lui è citato nella relazione come precedente favorevole, perché appena due mesi fa, il 2 luglio 2013, sosteneva il ricorso contro il Porcellum, e poi sarebbe stata la Consulta a giudicarne l’ammissibilità. Il bello è che in quell’occasione lo stesso Augello votò contro l’ammissibilità del ricorso, “ma più che altro per motivi procedurali”, si scusa nella relazione. Una relazione che riporta tesi pro e contro Berlusconi, ma queste ultime spesso presentate come una benevola concessione, “citando anche i precedenti e gli interventi non funzionali alla tesi da lui prospettata, che è nel senso dell’ammissibilità della possibilità di sollevare una questione di legittimità costituzionale”, scrive Augello parlando di se stsso in terza persona. Il relatore di un organo che vorrebbe essere “giudice”, insomma, guarda caso sposa le tesi della difesa del capo del suo partito, che alle prossime elezioni avrà il potere di “nominarlo” di nuovo parlamentare o meno, soprattutto in caso di sopravvivenza del Porcellum medesimo. 

CAMERA E SENATO, DUE PESI E DUE MISURE. In un testo denso di citazioni giuridiche – si intitola “Verifica delle elezioni nella regione Molise” perché il leader Pdl ha optato per il seggio ottenuto in quella circoscrizione – Augello osserva che mentre la Giunta per le elezioni della Camera ha sempre escluso di avere la facoltà di ricorrere alla Corte costituzionale, quella del Senato annovera “tre precedenti” in cui si è arrivati alla conclusione opposta. Anche se in due casi il ricorso è stato bocciato dal voto e nel terzo è stato ritenuto “manifestamente infondato”. Quest’ultimo, risalente al 20 ottobre 2008, riguardava il senatore Pdl Nicola Di Girolamo. Che prima di essere costretto a dimettersi in seguito a un mandato d’arresto nell’ambito di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta, era già finito sul tavolo della giunta perché aveva mentito sulla propria residenza al momento di presentare la candidatura nella circoscrizione estero. 

Quanto alla legge Severino, approvata nel 2012 anche con il voto favorevole del Pdl, Augello oggi ravvisa “dieci diversi profili di illegittimità costituzionale”. L’attacco mira in particolare alla cosiddetta “retroattività” del testo: la decadenza, infatti, scatta per i parlamentari che abbiano subito condanne definitive per determinati reati, anche se i reati sono stati commessi prima dell’approvazi0ne della legge stessa. E l’ultimo contestato dai giudici a Silvio Berlusconi risale al 24 ottobre 2004, dunque “8 anni, 2 mesi e 12 giorni” prima dell’entrata in vigore della norma sull’ineleggibilità, computa il relatore. Il ragionamento regge solo se si considera la decadenza come una “pena” assimilabile a quelle inflitte dai tribunale, per le quali naturalmente la non retroattività delle leggi è un caposaldo lla cività giuridica. Dopodiché è difficile pensare che le Camere volessero tutelarsi soltanto dalla presenza di delinquenti “futuri”, le cui sentenze definitive di condanna potrebbero arrivare solo tra parecchi anni. 

“LA LEGGE SEVERINO? FRETTOLOSA”. Il fatto che la legge Severino sia già stata applicata a ben 37 candidati alle elezioni amministrative e regionali senza che nessuno obiettasse sulla sua retroattività “incostituzionale”, argomenta Augello, è dovuto a una “forse superficiale trasposizione della normativa riguardante gli amministratori locali nella disciplina sui parlamentari nazionali ed europei”. Certo, l’articolo 3 della legge Severino dice che la procedura di decadenza deve essere avviata “immediatamente“, ma secondo Augello il termine ha una “valenza evidentemente acceleratoria”, e non comporta una “deliberazione immediata”. Tutto l’impianto della legge Severino è caratterizzato da una “dannosa fretta del legislatore delegato” (di cui nessuno dei mille parlamentari della scorsa legislatura sembra essersi accorto), forse “per sfruttare l’effetto annuncio” agli occhi dell’elettorato ansioso di liste “pulite”.

E pazienza se il Consiglio di stato ha bocciato i ricorsi di incostituzionalità presentati finora dai candidati esclusi (che non essendo parlamentari si sono dovuti rivolgere alla giustizia amministrativa). La “citatissima sentenza del Consiglio di Stato n. 695 del 6 febbraio 2013” ha “un valore del tutto relativo”, informa il senatore Augello, ed è viziata da “contradditorietà” rispetto ad altri pronunciamenti. Augello lo segnala “solo per completezza espositiva” e “non certo per aderire apoditticamente all’impostazione della difesa del senatore Berlusconi”. 

E il ricorso alla Corte di giustizia europea? Anche questo è basato largamente sulla questione della “retroattività”. Ma soprattutto, il tempo che la Corte ci metterebbe a pronunciarsi sarebbe una boccata d’ossigeno per Silvio Berlusconi e la “soluzione politica” del suo caso.