Grazia a Minetti, cos’altro deve combinare Nordio per dare le dimissioni?
Ritornare ad occuparsi di Nicole Minetti anni dopo l’ineffabile approvazione parlamentare di “Ruby nipote di Mubarak” potrebbe quasi essere un piacevole diversivo in anni purtroppo dedicati a Putin, Netanyahu, Trump, se non si trattasse ancora una volta di un caso terribilmente italiano o, detto altrimenti, di un lascito berlusconiano che ci incolla al passato.
Infatti se la protagonista è la stessa igienista dentale già pupilla conclamata di Silvio Berlusconi che su precisa richiesta di Papy si era presentata il 27 maggio 2010 in questura a Milano per ottenere l’affido della minorenne “Ruby Rubacuori“, di lì a poco dileguatasi, il coprotagonista è il ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha inoltrato la richiesta di grazia per la ex capa delle Olgettine al Presidente della Repubblica.
L’attuale Guardasigilli che si era riproposto di realizzare la riforma epocale della giustizia che avrebbe finalmente spazzato via le correnti, separato le carriere e realizzato la terzietà, neutralizzando i pubblici ministeri, ex colleghi invidiati ed odiati fin dai tempi di Mani Pulite, si è infilato con la perorazione a livello istituzionale della grazia per la sacerdotessa delle “cene eleganti” in un cul de sac politicamente rovinoso per il governo.
Va precisato, solo per onore della verità come fin dall’inizio, anche se ben pochi lo ammettono, il “caso Minetti” più che insidioso, come è stato definito, si presentava insostenibile sotto il profilo del curriculum della richiedente, organizzatrice e motore del carrozzone delle Olgettine nonché, secondo varie testimonianze, animatrice delle “serate conviviali” travestita da suora sexy in coppia con Marysthell Polanco che impersonava la Boccassini. Ma anche amministratrice degli appartamenti delle ragazze insieme all’ufficiale pagatore, il mitico ragionier Giuseppe Spinelli. Difficile dimostrare se Carlo Nordio si sia adoperato scientemente per coprire le manovre e le falsificazioni della Minetti riguardo l’adozione che doveva liberarla in via definitiva dalla condanna a 3 anni e 11 mesi per induzione alla prostituzione e peculato per “le spese pazze” al comune di Milano o se abbia “difettato di perspicacia” analogamente alla procura Generale di Milano.
Purtroppo, come si poteva intuire e come è emerso platealmente con il parere favorevole alla concessione della grazia fondato solo su verifiche burocratiche secondo la delega ministeriale, la Procura Generale di Milano a cui spettava l’istruttoria non è più diretta da magistrati a mio parere nemmeno vagamente all’altezza di chi li ha preceduti, in primis Francesco Saverio Borrelli.
Infatti risulta abbastanza incomprensibile, se non stupefacente come notizie che potevano emergere da un’inchiesta giornalistica, quella realizzata da Il Fatto Quotidiano, non potessero essere acquisite da una Procura e stupisce che ci si sia limitati ad una ricerca ordinaria in Italia, ignorando l’Uruguay luogo dell’adozione sui generis e delle attività “poco trasparenti” dei coniugi Cipriani.
Secondo le evidenze raccolte dal Fatto, niente o quasi sarebbe come è stato narrato a fondamento della domanda di grazia: adozione solo a seguito di procedimento giudiziario; bambino con genitori entrambi vivi ed in condizioni di salute decisamente migliori di quelle descritte che non sembrano richiedere una costante presenza; possibilità di cure ampiamente garantite in Italia. Ovviamente va tenuto conto che i magistrati si sono mossi all’interno del perimetro limitato della richiesta ministeriale che ovviamente non conteneva alcun cenno a verifiche da condurre all’estero ma risulta che non abbiano approfondito nemmeno aspetti rilevanti in Italia, come l’esistenza di pareri del San Raffaele e dell’ospedale di Padova, in realtà mai contattati.
Quanto alla redenzione della Minetti, presupposto prioritario per ottenere la grazia, avrebbe cambiato vita in modo talmente radicale da esercitare in Uruguay la professione di sempre, ovvero maitresse in una fattoria convertita a casa di tolleranza? Insomma una distanza siderale con il santino che è stato accuratamente confezionato dalla richiedente e suffragato dal placet del ministro della Giustizia che pretende di passare per un ignaro passacarte. L’inquilino del Quirinale, impossibilitato a verificare in via diretta la veridicità dei fatti a fondamento dei pareri favorevoli inseriti nelle relazioni che gli erano state inviate ha concesso la grazia considerando prevalente l’humanitas e fidandosi dei pareri totalmente favorevoli.
E ha chiesto al ministro Nordio che ha responsabilità politica di “acquisire le informazioni necessarie per riscontrare la fondatezza” delle notizie pubblicate da Il Fatto: così in poche ore è iniziato un ravvedimento operoso istituzionale: nuova delega del ministro e nuovi accertamenti con coinvolgimento dell’Interpol, e senza escludere rogatorie per fare luce sulle impressionanti opacità che avvolgono il modus operandi dei “genitori adottivi” sospettati tra l’altro di sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione in Spagna o Uruguay.
Se si sfalda come appare più che probabile il castello di menzogne edificanti e le ragioni umanitarie si rivelano pretese di impunità grazie al raggiro e alla manipolazione, la revoca della grazia, con o senza precedenti, diventa un obbligo morale prima che giuridico.
Naturalmente la “graziata” che non ha mai fatto un giorno di prigione e non intendeva nemmeno farne uno ai servizi sociali, superando nella pretesa di impunità persino il suo Papy-mentore si è prudentemente mantenuta lontana dall’Italia. Quanto a Nordio, benedetto come Guardasigilli da Berlusconi, non si sa più cosa debba fare per essere costretto alle dimissioni ma rimane tranquillamente dove è perché la Meloni non può più liberarsene (ma paga un prezzo politico altissimo).