Ai detrattori del principio “chi inquina paga” non è bastata la norma del cosiddetto Decreto Legge “Salva-Italia” che ha di fatto ‘condonato’ le bonifiche per i siti industriali inquinati (in tutto sono 57 i Siti di Interesse Nazionale, quelli in cui cioè sono particolarmente urgenti gli interventi di bonifica), ora con un blitz del Governo all’ultimo momento del Decreto Sviluppo arriva anche la sanatoria per “l’inquinamento in divisa”, ovvero per una norma (comma 2 dell’articolo 35 del D.L. Sviluppo) che comprometterebbe la bonifica dei siti militari inquinati e che è in discussione in queste ore in Parlamento.

Occorre sopprimere questa norma ‘ammazza-bonifiche’ che darebbe al Governo, attraverso un Decreto Interministeriale dei Ministeri della Difesa e dell’Ambiente, il potere di alzare i livelli di inquinamento oltre i quali è necessario bonificare il territorio inquinato dai siti militari. Ecco quale sarebbe il risultato: alzando la soglia d’inquinamento, i parametri un tempo fuori-norma verrebbero così trasformati ‘a norma di legge’. Ancora una volta la politica si sostituisce alla scienza, come se un provvedimento normativo potesse cambiare le leggi della chimica, della fisica e di tutte quelle conoscenze e strumenti ad hoc che non aspettano altro che essere consultati. E’ così che le istituzioni stanno provando ad autoattribuirsi il potere (non la conoscenza idonea) per indicare i livelli ‘accettabili’ di concentrazione di sostanze nocive nelle aree militari, senza alcun riferimento a norme di tutela, standard internazionali, rigorosi ed oggettivi parametri scientifici.

Oltre al contenuto e alle conseguenze che potrebbero derivare da questa norma, spaventa la modalità con cui è stata introdotto nel DL Sviluppo: un vero e proprio ‘blitz’, all’ultimo momento, inserendo un comma all’articolo 35, che disciplina tutt’altro settore: le trivellazioni petrolifere. Una norma, quindi, del tutto estranea che va ad incidere su una tematica complessa come quella della bonifica dei siti militari inquinati per la quale sarebbe necessario un approfondito esame tecnico e giuridico e, se del caso, la presentazione e discussione di un disegno di legge ad hoc.

Un caso-scuola sui danni all’ambiente e alla salute provocato dall’inquinamento dei siti militari è quello del poligono interforze del salto di Quirra, in Sardegna: un’area demaniale militare in cui per anni si sono svolte intense e periodiche esercitazioni militari (compresi brillamenti di ordigni), con dispersione sul terreno di grossi quantitativi di metalli tossici e sostanze chimiche tossiche (alluminio, arsenico, bario, cadmio, cobalto, cromo, rame, piombo, ferro, nichel, antimonio, tallio, zirconio e zinco), nonché di sostanze radioattive (torio ed uranio). Qui erano presenti numerosi pastori con circa 15mila animali da allevamento, cui si aggiungono gli abitanti delle aree circostanti, nonché il personale militare e civile della base militare. Non a caso la vicenda è attualmente all’esame della Procura di Lanusei, in un processo in cui il WWF si costituito parte civile, per i gravissimi episodi di inquinamento ambientale e di pericolo grave e persistente per la salute umana ed animale. E’ evidente che casi simili non possono essere circoscritti in una norma di 4 righe approvata in tutta fretta senza approfonditi e specifici studi preliminari.

Nel Decreto sulle liberalizzazioni detto “Salva–Italia” è stato previsto che anche per gli stabilimenti industriali ormai abbandonati si potesse procedere con la semplice messa in sicurezza al posto della bonifica. Ecco la beffa: si tratta di un procedimento, applicato in origine solo ai quei siti industriali ancora in funzione per evitare che le operazioni di bonifica fermassero l’attività produttiva, mettendo così a rischio i posti di lavoro. Estenderlo anche alle fabbriche ormai chiuse o (come poi avvenuto con un’integrazione successiva al provvedimento) a quelle interessate da un’ipotesi di reindustrializzazione, equivale di fatto a un ‘condono’ delle operazioni di bonifica.

 “Il WWF lotta per una specie a rischio: la tua”. E’ lo slogan del progetto del WWF per sostenere l’attività dell’Associazione contro l’inquinamento industriale (www.wwf.it/stopinquinamento) a favore di uno sviluppo sostenibile, un’economia sana e per difendere anche nei tribunali l’ambiente e la salute dei cittadini dai danni provocati dall’inquinamento industriale.