Politica, media e università. Sono queste le strade maestre per determinare se i cambiamenti climatici siano un tema meritevole di interesse per il grande pubblico e verificare quanto e come l’opinione pubblica venga a conoscenza di questo complesso argomento.

di Federica Gasbarro

Le campagne elettorali puntano nuovi riflettori sul climate change. Obama è tornato a parlare della transizione verso una clean energy economy. Il neo presidente francese François Hollande ha messo in agenda la creazione di un fondo d’investimento per le rinnovabili e lo sviluppo della filiera produttiva fotovoltaica francese ed europea. In Italia, dove di elezioni si parla ancora poco e sottovoce, il Ministro Clini sta tentando di colmare il profondo vuoto lasciato dai precedenti governi in tema di cambiamenti climatici ed energia rinnovabile. La sua azione, però, non sembra ricevere eco né dai colleghi dell’esecutivo né dai partiti.

Politica a parte, dicono gli studiosi, per produrre un reale cambiamento di pensiero nel sistema sociale, economico e produttivo è cruciale il ruolo di stampa e università. Soprattutto le business school, scrive Genevieve Patenaude, che formano i futuri dirigenti delle aziende che oggi, in alcuni casi, emettono tanti gas a effetto serra quanti ne emettono Usa o Ue. Eppure lo studio del climate change e delle responsabilità aziendali fatica a entrare nelle pur rinomate scuole per futuri manager.

La stampa di casa nostra è stata invece osservata da Federico Pasquaré e Paolo Oppizzi che, da un’analisi di 1253 articoli pubblicati tra il 2007 e il 2010 su La Repubblica e il Corriere della Sera, mettono in evidenza come i due maggiori quotidiani italiani contribuiscano a creare una forte dicotomia tra la drammatizzazione e la minimizzazione del problema. La rappresentazione del dibattito sui cambiamenti climatici risulta così affetta da una specie di sindrome degli opposti in cui la posizione degli scettici risulta decisamente sovradimensionata (è il caso del Corriere, dicono gli autori) rispetto all’ampio consenso della comunità scientifica internazionale sul contributo dell’azione umana ai cambiamenti climatici. Dalla ricerca emerge una serie di distorsioni nel modo di trattare i cambiamenti climatici da parte dei due quotidiani (un tema che i giornali legano esclusivamente alla politica globale senza considerare l’importanza di poter affrontare il problema con l’azione diretta senza aspettare un accordo internazionale) che possono influire sulla rilevanza e la consapevolezza dell’opinione pubblica.

Certo, giornali e giornalisti hanno le loro regole e il ritmo del lavoro a volte può essere impietoso, ma forse, se si parla di cambiamenti climatici, vale la pena di approfondire le questioni scientifiche e le sfide internazionali che riguardano questo complesso e rilevante argomento. Italian Climate Network prova a fare la sua parte organizzando, insieme all’Ordine dei Giornalisti di Milano un momento di formazione aperto a tutti i giornalisti dell’Ordine il prossimo 10 maggio al Circolo della Stampa di Milano (info).