Il Giappone sta per varare un nuovo e molto generoso sistema di sostegno alle rinnovabili con l’obiettivo di uscire definitivamente dal nucleare e di lasciarsi alle spalle la generazione centralizzata con le fonti fossili (la nuova tariffa feed-in prevede 21 centesimi/KWh per l’eolico e ben 39 per il fotovoltaico!). L’incentivo di avvio di questa autentica rivoluzione nipponica è molto più elevato di quello attaccato e demonizzato dai detrattori nostrani delle rinnovabili. Inoltre, fa giustizia di una campagna nazionale per ostacolare la scelta dei cittadini confermata dal referendum e dall’installazione di un’imprevista ma consapevole potenza fotovoltaica sui loro tetti.

Dopo il disastro di Fukushima, la dolorosa pedagogia della catastrofe ha imposto un cambio di rotta radicale. Il Giappone ha scelto di uscire dalla tragedia guardando in avanti. Il governo ha chiuso per manutenzione il penultimo reattore nucleare ancora attivo nel paese, mantenendo così, per ragioni di sicurezza, un solo reattore nucleare attivo dei 54 presenti sul suo territorio. Ha poi annunciato che emanerà nei prossimi mesi una legge che imporrà comunque la chiusura dei reattori nucleari dopo quarant’anni di vita. La novità senz’altro più rilevante sta nella scelta alternativa, sostitutiva del modello corrente, che punta sui quattro elementi naturali e su un modello decentrato di produzione e di consumo di energia. Ora tutti gli osservatori guardano al Giappone come nuova frontiera delle rinnovabili e si aspettano un boom di installazioni per l’anno in corso.

L’Italia, che per fortuna non ha vissuto disastri nucleari, anche grazie alla saggezza popolare che per ben due volte ha votato contro la proliferazione dell’atomo, alla tragedia preferisce la farsa. Dopo una straordinaria crescita di fotovoltaico ed eolico, il governo Monti sceglie un tuffo nel passato, ostacolando la diffusione delle rinnovabili sotto l’egida dei padroni del vapore.

La vicenda del V Conto Energia è stato un capolavoro mediatico.
In un primo tempo iniziano a girare bozze molto drastiche di ridimensiomento degli incentivi, accompagnate dalla parole del ministro Passera, intento a resuscitare l’industria fossile nazionale fino a portarla a soddisfare il 20% del fabbisogno energetico, e dai maggiori quotidiani che attribuiscono i rincari nelle bollette ad un eccessivo e ingiustificato sostegno al fotovoltaico. Dopo qualche giorno viene inscenata la diatriba tra Clini e Passera, dove il primo si erge a difensore delle rinnovabili ed il secondo si dichiara disposto ad ascoltare sul tema dell’efficienza energetica. Infine, sono rese pubbliche le bozze ufficiali del nuovo Conto Energia, un insieme di norme da azzeccagarbugli che sembrano un po’ meno drastiche dell’annunciato, ma che avranno l’effetto di congelare la diffusione del fotovoltaico e la sostituzione delle coperture in Eternit con pannelli solari.
La strategia “ammazza rinnovabili” non si trova solo nei complessi marchingegni di (dis)incentivazione elaborati, fatti di registri, tetti di spesa, mancate premialità e tanta burocrazia. Il problema vero sono le scelte strategiche di politica energetica e industriale, che vanno da tutt’altra parte. “Non tutti sanno che l’Italia ha ingenti riserve di gas e petrolio e che una parte importante di queste riserve è attivabile in tempi rapidi consentendo di soddisfare potenzialmente circa il 20% dei consumi dal 10% attuale”, ha detto il ministro Passera alla Commissione industria del Senato. E ancora: “bisogna muoversi decisamente in questa direzione che potrebbe consentire di attivare 15 miliardi di euro di investimenti, con 25mila posti di lavoro stabili e addizionali”. Senza dire, ovviamente, quanti maggiori investimenti e occupazione verrebbero dalla sostituzione con fonti rinnovabili.

Muoversi decisamente in questa direzione significa abbandonare di fatto le altre e soprattutto adottare una posizione revisionistica sul cambiamento climatico, che certamente ad oggi non sembra un problema al centro del dibattito pubblico imposto da questo governo. Il governo Berlusconi era completamente estraneo a qualsiasi idea di rivoluzione energetica, aveva scelto la strada del nucleare propagandando una sua complementarietà con le rinnovabili, non credeva nei progetti di politica industriale e negli investimenti sull’high-tech. Il governo Monti non si pone in modo discontinuo, sostituendo al mantra del nucleare quello delle trivelle nazionali e della nostra penisola come hub del gas in Europa.

A cura di Mario Agostinelli e Giovanni Carrosio