Uno studio pubblicato qualche giorno fa sulla rivista Archives of Internal Medicine fornisce un’ulteriore conferma di come mangiare molta carne aumenti significativamente il rischio di morte per patologie cardiache e tumori, in particolare se la carne è rossa e processata. La dimensione della popolazione presa in esame e la durata dell’osservazione (37698 uomini e 83644 donne nel periodo 1980-2008) lasciano poco spazio a dubbi: l’eccessivo consumo di carne fa male e invece, come indicato già in molti altri studi, il pesce, i legumi, le verdure, la frutta e i cereali integrali sembrano contribuire a mantenerci sani. E’ fondamentale quindi continuare a suggerire questo tipo di correzione alimentare. Allo stesso tempo però non si può fare a meno di considerare altri fattori di cui si parla ancora troppo poco nella letteratura scientifica. Come sono stati allevati gli animali di cui si sono cibate le persone studiate? Provenivano da allevamenti intensivi? Sono stati nutriti con mangimi non idonei?

Ci sarebbe da discutere su tutta la questione etica che riguarda l’allevamento degli animali, rinchiusi in veri e propri lager, ma volendo circoscrivere la discussione solo alla salute umana, siamo sicuri che queste tecniche di allevamento non contribuiscano in qualche modo agli effetti nocivi della carne? Un animale che viene portato al massimo del suo peso in pochi mesi perché alimentato a dismisura e tenuto immobilizzato per non bruciare grassi è un animale obeso e spesso ammalato che fornisce una carne qualitativamente molto diversa da quella che proviene da un animale analogo ma libero di pascolare. Alcuni studi hanno messo in evidenza come la carne di animali allevati in modo intensivo sia complessivamente molto più grassa e ricca solo di quei grassi che sono considerati nocivi. Queste caratteristiche sono legate anche ai mangimi usati per nutrire gli animali che spesso fanno parte di quegli OGM di cui tanto si parla proprio in questi giorni. Altri studi indicano che nelle poche popolazioni che ancora vivono senza ricorrere all’agricoltura e all’allevamento intensivo, un elevato consumo di carne non è associato ad una maggior incidenza di patologie. Insomma il quadro è più complesso di quello che sembra ad una prima analisi. E il problema non riguarda solo la carne. Siamo sicuri che i pesci allevati e nutriti con mangimi siano ricchi di omega 3, i grassi alla base di molti dei benefici del pesce stesso? E se scegliamo invece grandi dosi di pesce pescato come possiamo essere certi di non riempirci degli inquinanti presenti nei mari? Perfino nel caso di frutta e verdura che, dati alla mano, sembrano essenziali per la nostra salute, viene spontaneo chiedersi se i massicci trattamenti a cui vengono esposti non abbiano davvero alcun impatto a lungo termine sulla nostra salute.

Che scenario catastrofico, si potrà dire, ma queste purtroppo sembrano essere alcune delle nefaste conseguenze di una massiccia industrializzazione della catena alimentare che ha trasformato i nostri alimenti molto di più negli ultimi 100 anni che nei precedenti 10.000. Sono per esempio migliaia gli additivi chimici utilizzati dall’industria alimentare la maggior parte dei quali viene testata singolarmente e solo in animali da laboratorio ma poi finisce spesso in combinazioni multiple e per decenni consecutivamente nel nostro organismo.

Ci vuole cautela a sostenerne l’assoluta innocuità di certe pratiche o ad attribuire un grande potenziale per esempio agli OGM. Cautela non significa essere contrari alla ricerca né al mercato ma semplicemente voler comprendere i benefici di una tecnologia così sofisticata prima che venga usata commercialmente esattamente come prima di introdurre un farmaco sul mercato ci si accerta che non sia tossico e che abbia uno scopo terapeutico chiaro. Nel caso degli OGM per esempio dopo anni di utilizzo commerciale in varie parti del mondo, si continua a parlare genericamente di potenziali benefici senza che ci venga finalmente spiegato quali siano i vantaggi reali per l’essere umano se non quelli evidenti di tipo economico per gli azionisti delle multinazionali che li controllano e vendono.

Visto il panorama alimentare poco rassicurante che ci circonda, il ministro dell’Ambiente invece di preoccuparsi degli OGM, che rappresentano per ora solo un ennesimo punto di domanda tra i tanti che riguardano il cibo, potrebbe chiedersi cosa sia possibile fare da subito per iniziare a ripulire una catena alimentare sempre più devastata, capace di generare effetti sempre più importanti sulla salute di tutti noi. Per chi non l’avesse visto Food Inc è un film di qualche anno fa che traccia un quadro impressionante di cosa sia diventato il cibo ma anche di come maggiore cultura e consapevolezza possano contribuire a cambiare le cose in meglio e aiutarci a riprendere controllo su ciò che mangiamo. Anche se in Europa la situazione è migliore che in USA, non è un buon motivo per non riflettere sul problema.

E in attesa di un mercato che non pensi solo ed esclusivamente al profitto e che premi quelle industrie che prendono sul serio il loro ruolo sociale, non lasciamoci prendere dall’indifferenza e dallo sconforto. Possiamo comunque fare la differenza con le nostre scelte personali. Ecco qui alcuni semplici consigli che possiamo adottare tutti senza rivoluzionare la nostra esistenza:

  • Nell’assumere proteine scegliamo la varietà introducendo una buona dose di proteine vegetali dai legumi e poi pesce pescato di piccola taglia come sgombro, sarde e sardine che incamerano meno tossine e solo minime quantità di carne possibilmente da allevamenti selezionati.
  • Abbondiamo in verdura e frutta, osservando la stagionalità e preferendo le versioni locali e biologiche che non saranno perfette ma qualche vantaggio sembrano averlo.
  • Quando mangiamo cereali scegliamo le versioni integrali che apportano fibra e hanno un impatto meno violento sulla glicemia, sulla secrezione di insulina e sull’aumento di peso.
  • Impariamo a leggere gli ingredienti sulle confezioni e sospettiamo di quei prodotti con troppi ingredienti, e con nomi e sigle incomprensibili.
  • Premiamo la filiera corta e qualsiasi iniziativa che ci aiuti ad avere maggiore controllo sulla qualità dei prodotti di cui ci nutriamo.