“Attendiamo che qualcuno bussi alla nostra porta per collaborare”. E’ una storia vecchia ma indispensabile che la Direzione distrettuale antimafia ripete continuamente alle vittime delle estorsioni. Pochi, pochissimi sono coloro che si rivolgono alla forze dell’ordine o alla magistratura dopo avere pagato la mazzetta. Non lo fanno i cittadini e non lo fanno le grosse imprese come la Condotte e la Impregilo. La Calabria è anche questa. E come per ogni macrolotto dell’A3 anche per il quinto, che va da Gioia Tauro a Scilla, è stata pagata la solita tangente del 3%.

La squadra Mobile di Reggio oggi ha arrestato 10 persone. Tutte sono accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso, detenzione di armi ed estorsione. L’indagine ha stroncato la cosca Bruzzise di Palmi. Si tratta del secondo troncone dell’inchiesta “Cosa mia”, nell’ambito della quale, su richiesta del procuratore aggiunto Michele Prestipino e dei sostituti Roberto Di Palma e Giovanni Musarò, a maggio scorso erano state arrestate 53 persone. Stando alle indagini, i Bruzzise erano stati designati dal boss, Umberto Bellocco di Rosarno come la famiglia mafiosa che aveva il compito di riscuotere la mazzetta per i lavori di ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria e poi di dividerla con le altre cosche della zona di Palmi. Designazione, quella dei Bellocco, che ha turbato i precari equilibri sul territorio provocando la faida di Barritteri con 6 omicidi e 2 tentati omicidi tra il 2004 e il 2008.

Da una parte i Bruzzise, dall’altra i Morgante e gli Sciglitano che erano affiliati alla cosca Gallico. In quattro anni, a colpi di lupara, furono uccisi Giovanni Bruzzise, detto “Spannavento” (il 14 agosto 2005), Vincenzo Celi (il 26 marzo 2006), Antonio Surace (il 5 dicembre 2006) e Domenico Gaglioti detto “Micu l’orbu” (il 14 dicembre 2006). Stando alle indagini, a guidare la cosca di Barritteri erano i fratelli Giuseppe e Carmelo Bruzzise, ergastolani che dal carcere riuscivano a impartire ordini agli affiliati e alle donne della “famiglia”. In carcere, infatti, sono finite anche Vincenza Surace e Fortunata Bruzzise, moglie e figlia di don Carmelo.

Il reggente della cosca, invece, era il fratello dei due boss ergastolani, Antonio Bruzzise che, nel corso di una intercettazione da indicazioni a Vincenzo Bruzzise sul modo in cui deve reperire armi: “Tu gli devi dire… ti saluta Nino, ti saluta mio fratello… mi ha detto se hai ferri di quelli corti”. Ritornando alla tangente, questa sarebbe stata il provento delle estorsione ai danni del “Consorzio Scilla”, costituito dalle società Condotte S.p.A. e Impregilo S.p.A., quale corrispettivo “dovuto” all’organizzazione criminale per poter eseguire i lavori di ammodernamento dell’autostrada con riferimento al quinto macrolotto.

Una mazzetta pari “al 3% del capitolato d’appalto per ogni lavoro, – scrivono i magistrati – che venivano mensilmente consegnate a esponenti delle cosche di Rosarno, che a loro volta provvedevano a ripartirle ai vari referenti delle singole consorterie, in relazione alla “competenza territoriale” sul luogo in cui venivano realizzati i lavori”. In sostanza Francesco Cutrì riceveva da esponenti delle cosche di Rosarno, per conto della famiglia Bruzzise, i soldi delle estorsioni e li consegnava prima a Domenico Gaglioti detto “Micu l’orbu”. E dopo l’omicidio di quest’ultimo, al figlio Carmine Gaglioti, affiliato alla cosca di Barritteri.

Anche questa volta, le grandi ditte scese dal nord per ammodernare la Salerno-Reggio Calabria sono parte offesa in un’inchiesta in cui i magistrati della Direzione distrettuale antimafia hanno dimostrato l’infiltrazione mafiosa nei cantieri. Prima di “Cosa mia” c’è stata “Arca” e prima ancora “Tamburo”. L’A3 si conferma il corpo di reato più lungo d’Italia seguito a ruota dalla statale 106 jonica, al centro dell’inchiesta “Bellu lavuru”, che collega Reggio Calabria a Taranto.

Appalti milionari vinti dalle imprese nazionali i cui dirigenti, sentiti come testimoni o come indagati per reato connesso, in aula spesso hanno fatto scena muta. Il 3% è la tassa sulla sicurezza dei cantieri. Chi arriva in Calabria sa di doverla pagare prima di partecipare all’appalto. Le numerose inchieste dimostrano che la tangente è stata pagata. Nessuna denuncia. Vittime della ‘ndrangheta?

di Lucio Musolino