L’ultima volta che ho visto Renato Schifani da vicino fu in via D’Amelio, il 19 luglio del 2008. Esattamente un anno prima, nel luglio del 2007, avevo interrotto il mio silenzio durato sette lunghi anni, un silenzio che ero riuscito a vincere solo percorrendo a piedi, passo dopo passo e sentendo sempre vicino a me mio fratello Paolo, gli 850 chilometri che separano San Jean Pied de Port, sul versante francese dei Pirenei, da Santiago di Compostela, ed avevo  scritto e diffuso sulla rete una lettera aperta a cui avevo dato il titolo “19 luglio 1992 : Una strage di Stato”. In quel primo 19 luglio a Palermo dopo lunghi anni di assenza, ero andato in via D’Amelio per sentirmi più vicino, nell’anniversario di quel giorno tragico, a Paolo e ai suoi ragazzi proprio nel luogo in cui i loro occhi avevano visto per l’ultima volta stagliarsi nel cielo azzurro di Palermo la sagoma del Castello Utveggio, che sovrasta Palermo da uno sperone del Monte Pellegrino, e la loro vita e i loro sogni erano stai bruscamente spezzati, insieme ai loro corpi, dall’esplosione di centinaia di chili di Semtex, l’esplosivo usato dai militari e dai servizi segreti. Era circa mezzogiorno e vidi arrivare su una macchina blu, preceduto da una scorta  di poliziotti motociclisti, Renato Schifani, da poco eletto presidente del Senato che si avviò per deporre una corona di fiori davanti allo stabile di via D’Amelio. Non davanti al numero 19, dove sul luogo esatto dove c’era la buca scavata dall’esplosione mia madre ha fatto piantare l’olivo che oggi tutti chiamiamo l’olivo di Paolo, ma ad una certa distanza, come se avesse paura ad avvicinarsi troppo. Sentii forte l’impulso di farmi avanti, sbarrargli la strada e urlargli di andare a deporre quella corona davanti alla tomba di Vittorio Mangano e lo avrei sicuramente fatto se in quel momento non fosse arrivata un’altra macchina che portava la moglie di Paolo, Agnese, che avrebbe dovuto presenziare alla cerimonia.

Restai in disparte perché sapevo che il mio gesto, in quel giorno, la avrebbe turbata e non potevo prevederne le reazioni, ma fu proprio in quel giorno e in quel momento che giurai a me stesso e a Paolo che a nessuno degli sciacalli che ogni anno, dal 19 luglio del 1992, erano venuti a scorrazzare in via D’Amelio quasi ad accertarsi che Paolo fosse veramente morto, sarebbe più stato permesso di farlo.  Da quel giorno via D’Amelio non avrebbe più dovuto essere profanata da quegli avvoltoi e l’anno dopo, nel 2009, chiamai a raccolta per il 19 luglio quel movimento che era cominciato a nascere sulla rete  composto da persone che si riconoscevano nella mia richiesta, portata in una serie infinita di incontri in tutte le città d’Italia, dovunque mi chiamassero, di Giustizia e di Verità sulle stragi del ’92 e del ’93. Quell’anno bastò la notizia, fatta circolare sulla rete, del presidio che avevamo intenzione di organizzare in via D’Amelio per il 19 luglio per fare si che nessun rappresentante delle Istituzioni, nessun politico, per la prima volta dopo 17 anni, si presentasse in via D’Amelio, anzi successe di più. Il 23 Maggio, per l’anniversario della strage di Capaci, arrivò all’aeroporto di Palermo un richiesta della Digos che chiedeva di conoscere se per quel giorno io avessi prenotato un volo per Palermo. Era in programma per quel giorno una visita a Palermo del Presidente Napoletano e qualcuno aveva paura che io volessi anticipare la contestazione promessa per l’anniversario della strage di via D’Amelio all’anniversario della strage di Capaci. Quando il 19 luglio, per la prima volta, via D’Amelio si riempì di Agende Rosse nessuna corona venne portata in via D’Amelio, c’era soltanto, ormai appassita, una corona di fiori che era stata portata li’ il 23 Maggio dopo che si erano assicurati del fatto che nessun presidio era stato preparato per quel giorno.

A questo arriva la pavidità di questi personaggi che oggi occupano indegnamente gran parte delle nostre Istituzioni. C’era anche una riproduzione in polistirolo, fatta da un ragazzo studente in architettura, della tomba di Mangano, completa di lapide, fotografia e data della morte. Se qualche rappresentante indegno delle Istituzioni si fosse presentato a commemorare Paolo  sarebbe stato dirottato verso quella tomba per commemorare ed onorare il “suo eroe” Anche quest’anno, il 19 luglio,  la storia si è ripetuta. Il 23 Maggio, dopo essersi assicurato che neanche quest’anno io mi trovassi a Palermo, Renato Schifani si è recato in via D’Amelio a deporre la sua corona mentre se ne è rigorosamente tenuto alla larga il 19 luglio quando, come e più dell’anno precedente, via DAmelio era piena di Agende Rosse. Anzi quest’anno è successo di più, nel corso della giornata, durante il nostro presidio, abbiamo ricevuto della richieste da parte della questura tendenti a contrattare chi potesse accedere in via D’Amelio e chi non era invece gradito. Così abbiamo accettato di fare venire il Presidente della commissione Parlamentare Antimafia, rifiutando però che venisse accompagnato dall’intera commissione, della quale fino a qualche tempo fa faceva parte il senatore Carlo Vizzini. Abbiamo fermato il corteo già partito da via D’Amelio dopo l’ora della strage, per farlo ritornare indietro a rinnovare il presidio quando è circolata la voce che stesse per arrivare Schifani, abbiamo invece accettato che venisse a deporre una corona il presidente della Camera Fini perché abbiamo ritenuto che abbia interpretato correttamente il suo ruolo Costituzionale, mentre avremmo contestato Schifani  anche per rimarcare la differenza tra lui e Fini, che, se non altro, non hai mai avuto frequentazioni ne stretto rapporti societari con persone che poi sono state condannate per mafia. Non vedo infatti perché dovremmo rispettare e non contestare Schifani solo per il ruolo costituzionale che occupa. Se il Signor B., come Caligola, avesse fatto senatore il suoi cavallo, uno di quelli veri, con quattro zampe, non quelli racchiusi in sacchetti di plastica pieni di polvere bianca, che trattava il suo fattore di Arcore, il suo eroe, dopo aver finito di accompagnare i suoi figli a scuola tendendoli per mano insieme a quelli dello stesso signor B.,  noi saremmo stati tenuti a rispettare quel cavallo come rappresentante delle Istituzioni? Schifani ha avuto finora il buon gusto di continuare a scappare da qualunque posto in cui venisse segnalata la presenza di Agende Rosse, la sua lunga fuga si è però conclusa sabato in Piazza Castello quando una trentina di giovani armati di queste terribili armi, insieme ad altri rappresentanti di altri movimenti egualmente stanchi di accettare il vilipendo che si continua a fare della nostra Costituzione, lo hanno raggiunto alla festa del PD accogliendolo al grido di “Fuori la Mafia dallo Stato” così come qualche giorno prima a Como era stato accolto il senatore Marcello Dell’Utri.  Ora aspettiamo solo, perché l’auspicio di questi giovani si realizzi, che Marcello Dell’Utri venga condannato in via definitiva e rinchiuso in carcere e che Schifani, per il momento, si dimetta. Poi magari toccherà anche a lui.