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Il centrosinistra spreca la vittoria del No al referendum: il soufflé si sta afflosciando

I sondaggi danno FdI in discesa e il centrodestra superato dal centrosinistra. Non basterà, ma per l‘opposizione è un’apertura di credito che andrebbe sfruttata subito
Il centrosinistra spreca la vittoria del No al referendum: il soufflé si sta afflosciando
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Piatto delicato servito nelle grandi occasioni, il soufflé va consumato immediatamente dopo essere uscito dal forno. Altrimenti si affloscia e diventa immangiabile.

La vittoria del No al referendum sulla giustizia è un soufflé dimenticato dai commensali vittoriosi del centrosinistra e lasciato ammuffire in un angolo della dispensa, nel buio delle buone intenzioni tradite. Ricordate? Prima il programma, poi la coalizione di chi ci sta e soltanto allora la scelta del candidato premier. Invece, le solute risse sui nomi e addio ai contenuti.

La vittoria ottenuta riportando alle urne legioni di elettori renitenti doveva trasformarsi nella pedana di lancio del campo progressista; nel viatico per battere la destra alle prossime politiche in agenda nel settembre 2027. Salvo anticipi, possibili se il degrado evidente dell’azione di governo non consigliasse a Giorgia Meloni di rovesciare il tavolo la prossima primavera (questo autunno il governo eventualmente se la caverebbe con l’esercizio provvisorio…) per costringere il Colle a varare il governo tecnico che piacerebbe a qualche intellettuale di lungo corso e di corto respiro che agogna di riavere Draghi a palazzo Chigi. Sempre che il presidente Mattarella, di fronte all’eventuale autosfiducia al governo Meloni, non spedisca gli italiani a votare la prossima primavera.

Le variabili sono tante. Troppe. Meloni lavora alla nuova legge elettorale proporzionale che cancella i collegi uninominali (uno sgambetto al centrosinistra) e però stando ai sondaggi (che valgono oggi, domani chissà…) non garantisce affatto la vittoria alla destra. E comunque trova l’opposizione sulle barricate.

La maggioranza è in flessione, Fratelli d’Italia paga i tanti casi scottanti autogenerati, in ultimo lo scossone dato dal ministro Giuli. Da un regolamento di conti all’altro dentro Fratelli d’Italia, Meloni è costretta a richiamare all’ordine truppe sempre più riottose e ribelli. Il monolite traballa dalle fondamenta. Non fossero bastati i casi Delmastro, Santanché e Piantedosi… ci si mette anche Vannacci: col suo (teorico) quasi 4% minaccia di diventare la mina vagante pronta ad esplodere nel centrodestra, ridisegnando gli equilibri interni, prima vittima la Lega di Salvini.

Meloni tenta di riverginarsi per ripresentarsi all’elettorato come la Fenice risorta dalle proprie ceneri, magicamente restituita al ruolo di alfiere del centrodestra. I sondaggi danno FdI in discesa e il centrodestra superato dal centrosinistra. Non basterà, ma per l‘opposizione è un’apertura di credito che andrebbe sfruttata. Subito, però. Il soufflé, appunto…

La congiuntura internazionale sfavorevole innescata dalla scellerata guerra israelo-americana all’Iran precipita il mondo nel caos e affonda i timidi sussulti di rilancio delle economie, le europee sono gravate dalle spese militari esorbitanti in vista di una guerra che nessuno vuole farci, tanto meno la Russia che ha i suoi grattacapi in Ucraina.

L’investimento fatto da Meloni su Trump si rivela un boomerang e non bastano le prese di distanza verbali a far dimenticare il servile appiattimento italiano alle pretese del tycoon di Washington. La sconfitta elettorale di Orban in Ungheria priva Meloni del più solido alleato in Europa e l’ascesa dei partiti populisti (Farage nel Regno Unito, Afd in Germania e il Front National in Francia) segnala la debolezza delle leadership europee, ma non consola la premier italiana, assediata dalle pessime previsioni sul Pil (+0,4% nel 2025, tendente al ribasso) dallo spettro dell’inflazione e dal no di Bruxelles allo sforamento al patto di stabilità che inchioda l’Italia a pagare 13 miliardi l’anno.

Sfondato, seppure per un solo decimo di punto, il tetto del 3% del rapporto deficit-Pil, l’Italia ha perduto libertà di manovra sul terreno dell’economia. Meloni giostra fra emergenze indifferibili: aumento siderale dei prezzi al consumo (alimentari e bollette), salari al palo e piazze che tornano a riempirsi di giovani che protestano contro il carovita e l’inerzia complice della politica italiana ed europea al cospetto dei massacri israeliani. Ieri a Gaza oggi in Libano.

Le piazze, appunto. Furono le piazze ad accendere le micce che convinsero tanti elettori giovani a votare No in difesa della Costituzione. La lezione impartita dalle piazze ai partiti è chiara. Essere netti nelle scelte. Non tergiversare. Prendere posizione senza fumisterie, condizioni e subordinate. Sapere dire dei No al momento giusto e per le giuste cause. Tenerlo a mente è il presupposto per riportare gli italiani alle urne. E mandare a casa Giorgia Meloni.

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