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Perché le nuove Indicazioni nazionali per il liceo classico sono un capolavoro di rovesciamento

Dal documento risulta che “i classici non sono eterni”: in cinque parole ha vanificato il senso stesso del liceo classico
Perché le nuove Indicazioni nazionali per il liceo classico sono un capolavoro di rovesciamento
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di Chiara Piana

Sconcertata dal nuovo esame di Stato ideato dal ministro Valditara, mi sono voluta informare sulle nuove Indicazioni nazionali per i licei recentemente rese pubbliche, leggendo specificamente quelle rivolte al liceo classico, che conosco per esperienza personale e su cui potevo costruirmi più facilmente un’opinione. La mia lettura si è focalizzata sulle materie umanistiche, che sono quelle di mia competenza.

Nel complesso mi aspettavo di peggio, ma ci sono alcuni aspetti poco convincenti e soprattutto due frasi (per me) agghiaccianti, che lascerò come “dulcis in fundo”. Comincio, quindi, con l’evidenziare una singolare indicazione, relativa allo studio della letteratura, che compare fin da pag. 2, in cui si legge che “Studiare letteratura non significa imparare la biografia e la poetica degli autori […] e neppure studiare a memoria le caratteristiche della tale o talaltra corrente letteraria. Significa leggere i testi, capire il loro senso complessivo, comprendere il significato delle parole che li compongono.” Insomma, biografia e analisi contestuali sono qualcosa di “secondario”.

Si tratta di un approccio sbagliato, perché ogni testo è il risultato delle vicende biografiche e della tendenza culturale di un autore, ragione per la quale la conoscenza e lo studio di tali elementi non possono essere disgiunti dalle opere, in quanto imprescindibili per la comprensione e l’analisi delle stesse (si pensi, ad esempio, al Canzoniere di Umberto Saba, che ne ripercorre in versi l’intera esistenza). Del resto, gli stessi autori del documento sembrano avere le idee poco chiare in merito alla questione, dato che poco oltre affermano che gli studenti devono essere capaci di far dialogare i testi “senza annullare la distanza temporale e concettuale che li separa”, imparando “a distinguere prima che a collegare fenomeni”: operazione possibile solo grazie a una buona conoscenza delle informazioni di contesto.

Un altro elemento, a mio avviso, problematico è l’esortazione a far leggere i testi di autori quali Ariosto, Tasso e Pulci “senza l’assillo della parafrasi”, cosicché rappresentino un divertimento e instillino un maggior piacere della lettura. Dubito che quei testi possano essere approcciati senza l’ausilio di una parafrasi, poiché ben poco accessibili sul piano linguistico, e non capisco perché si debba semplificare lo studio di quelle opere, anziché puntare su altri generi per stimolare l’attitudine alla lettura negli studenti. Inoltre, la capacità di parafrasare un testo poetico è una delle lacune che più spesso gli studenti universitari presentano, perciò, per quanto non entusiasmante, forse sarebbe meglio allenarla laddove indispensabile, pur senza renderla il focus dell’apprendimento.

Ma arriviamo al preannunciato gran finale. Dal documento risulta che “i classici non sono eterni” e che “I promessi sposi non sono più un classico contemporaneo”. Sulla seconda, ci sarebbe da chiedersi chi abbia stabilito che l’opera maxima di Manzoni non meriti più quello status e se i fautori di tale declassamento abbiano capito quel romanzo, che è sempre contemporaneo perché coglie alcuni temi universali (per esempio la giustizia iniqua).

La prima è, invece, un autentico capolavoro, perché in cinque parole ha vanificato il senso stesso del liceo classico, il quale si fonda sullo studio di testi e autori ritenuti “classici” proprio perché immortali, ossia capaci di parlare agli uomini di ogni tempo senza risultare antiquati, come sottolinea spesso anche Luca Sommi. Un “classico” è tale in virtù della sua eternità, altrimenti non lo è, e per questo ancora oggi si studia non solo Manzoni, ma addirittura Omero. Siamo, dunque, di fronte a un rovesciamento copernicano del senso stesso dei classici e della loro funzione. E benché, nel complesso delle indicazioni, ciò possa sembrare poco grave, mi viene da pensare che se quella è la premessa, non c’è da stare troppo tranquilli sul futuro dell’insegnamento.

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