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Iran, il doppio colpo di Netanyahu: Israele avanza in Libano e fa vacillare l’intesa tra Stati Uniti e Teheran

Al premier israeliano è bastato annunciare raid contro Beirut perché la Repubblica islamica congelasse i contatti e minacciasse la chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb. Trump dice di aver costretto Tel Aviv a fare marcia indietro, ma l'Idf è arrivata a nord del fiume Zahrani
Iran, il doppio colpo di Netanyahu: Israele avanza in Libano e fa vacillare l’intesa tra Stati Uniti e Teheran
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“C’è stato un piccolo intoppo oggi, gli iraniani erano sconvolti per gli attacchi di Israele al Libano. Quindi ho parlato con Hezbollah e ho detto di non sparare, e ho parlato con Bibi e ho detto di non sparare, e tutti e due hanno smesso di spararsi a vicenda”. In Italia sono le 23.59 del 1° giugno, quando le agenzie battono i virgolettati di Donald Trump. Parole, quelle del presidente degli Stati Uniti, che sarebbero state smentite dagli eventi nelle ore successive: il Partito di Dio ha continuato a lanciare razzi contro il nord dello Stato ebraico e Tel Aviv ha risposto uccidendo almeno 6 persone nel sud del paese dei cedri.

Lo scontro tra Tel Aviv e Hezbollah è diventato uno dei nodi più delicati nelle trattative per il raggiungimento del cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran. E’ stata Teheran a metterlo al centro del tavolo, ponendo come condizione per la chiusura lo stop delle operazioni militari israeliane. L’interlocuzione era stata intavolata, le due parti si erano scambiate proposte, ognuna delle due era descritta o si diceva impegnata ad apportare modifiche a quella della controparte, e i lavori parevano procedere. Poi, lunedì mattina, la mossa di Netanyahu: il premier “e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato alle Idf di attaccare obiettivi terroristici nel quartiere di Dahiyeh a Beirut“, roccaforte delle milizie sciite.

Un salto di qualità importante. Se fino a pochi giorni fa l’obiettivo dichiarato di Tel Aviv era ricacciare Hezbollah a nord del fiume Litani, da giovedì le Israel Defense Forces stanno compiendo operazioni di terra ben più a settentrione, arrivando a combattere nell’area di Nabatieh, bombardando dal cielo e chiedendo agli abitanti di diversi villaggi di evacuare “immediatamente e trasferirsi a nord del fiume Zahrani“, ovvero altri 20 km più a nord rispetto al Litani. L’annuncio di Netanyahu, quindi, è stato interpretato come la volontà di Tel Aviv di mettere nel mirino la capitale e colpire forse in maniera definitiva i vertici dell’organizzazione sciita, legata a doppio filo a Teheran.

Una minaccia presa sul serio dalla Repubblica Islamica al punto che poche ore dopo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti doveva essere considerato valido “su tutti i fronti, incluso il Libano”, e che una violazione nel paese dei cedri equivaleva a una violazione dell’intera intesa. Subito dopo l’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha riferito della sospensione delle comunicazioni negoziali con Washington, sostenendo che non ci sarebbero stati ulteriori colloqui finché non fossero cessate le operazioni israeliane in Libano e a Gaza. La stessa agenzia aggiungeva che a causa degli attacchi israeliani sul Libano “l’Iran e il Fronte della Resistenza” starebbero valutando “la chiusura completa dello Stretto di Hormuz e l’attivazione di altri fronti, tra cui lo Stretto di Bab el-Mandeb“. Una minaccia che pesa, perché comporterebbe ulteriori problemi anche per l’Europa: quello di Bab el-Mandeb è il choke point attraverso il quale le merci prodotte nell’Unione europea che arrivano nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Suez hanno poi accesso all’oceano Indiano e quindi ai mercati dell’Estremo oriente.

Nella tarda serata di ieri è arrivata l’intervista di Trump all’emittente Abc, in cui il capo della Casa Bianca ha spiegato di aver “avuto una conversazione con Bibi Netanyahu, chiedendogli di non intraprendere un’incursione su vasta scala a Beirut, in Libano” e il premier israeliano “ha fatto invertire la marcia alle sue truppe. Grazie, Bibi”. Sia Israele che Hezbollah hanno accettato di “smettere di sparare. Vediamo quanto durerà: si spera per l’eternità“, ha aggiunto con la consueta tendenza all’iperbole il tycoon, secondo cui l’accordo con l’Iran per l’estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire già nel corso della “prossima settimana“.

Nelle stesse ore l’amministrazione Trump faceva arrivare ad Axios i contenuti di una presunta telefonata tra Trump e Netanyahu nella quale il primo avrebbe strigliato a dovere il secondo. “Sei un dannato pazzo – avrebbe detto il presidente Usa al premier israeliano -. Saresti in prigione se non fosse per me, ti sto salvando”. E ancora, in un crescendo, “tutti ti odiano adesso, tutti odiano Israele per questo”. Un colloquio smentito dall’entourage del secondo: “Trump non ha detto a Netanyahu nulla di personale, né frasi riguardanti il rischio di finire in carcere, né affermazioni secondo cui Netanyahu sarebbe odiato nel mondo”. I due leader, quindi, secondo le fonti di Axios, avrebbero stretto un accordo: Israele non attaccherebbe Dahiyeh a meno che il suo territorio non venisse attaccato da Hezbollah.

Non è ancora chiaro se i colloqui si fermeranno, ma i fatti dicono che in Libano la guerra – oltre 3.000 le vittime dal 2 marzo – va avanti. Tra ieri sera e questa mattina le sirene d’allarme sono state attivate diverse volte nel nord di Israele per il lancio di missili, razzi e droni da parte di Hezbollah. La Difesa civile di Beirut, da parte sua, ha annunciato di aver recuperato i corpi di sei persone, tutti appartenenti a una stessa famiglia, dalle macerie di una casa colpita ieri sera in un raid israeliano nel villaggio di Marwaniyé, vicino a Sidone. Tra le vittime ci sarebbero anche tre bambini. Nella notte le Idf hanno continuano a effettuare attacchi, bombardando le vicinanze di Nabatieh, dove un uomo è stato ucciso con i suoi due figli e l’esercito israeliano a fine mattinata ha diramato un nuovo ordine di evacuazione.

Il copione si ripete sempre identico: appena aumentano le possibilità di un accordo tra Washington e Teheran, Tel Aviv fa saltare il banco. Il 7 aprile la Israeli Air Force aveva bombardato il giacimento iraniano di gas di South Pars, il più grande del pianeta, dopo che il Pakistan aveva presentato il suo piano per il cessate il fuoco. Lo stesso era accaduto nel giugno 2025: nella notte tra il 12 e il 13 Israele aveva bombardato gli impianti nucleari e missilistici di Teheran dando il via alla guerra dei 12 giorni. Anche allora Washington era nel pieno delle trattative con Teheran sul suo programma nucleare e un nuovo round di colloqui era già fissato per il 15 giugno.