Nelle ultime settimane sono state riportate ampiamente dai media le notizie delle eruzioni dell’Etna in Sicilia e del Merapi in Indonesia. Le eruzioni dell’Etna generano sempre grande interesse, specialmente nei turisti che si recano spesso ad ammirare spettacolari fontane o flussi di lava, che specialmente di notte sono estremamente affascinanti. Le eruzioni del Merapi, invece, spesso uccidono: nell’ultima fase eruttiva abbiamo avuto notizia di almeno 23 morti. La differenza tra i due vulcani è lo stile di eruzioni: l’Etna è un vulcano principalmente ‘effusivo’, mentre il Merapi è principalmente ‘esplosivo’.

In quasi tutti i vulcani (fanno eccezione le eruzioni freatomagmatiche, causate dal contatto di magma ed acqua), l’eruzione è causata dalla fuoriuscita dal magma dei gas in esso contenuti. Quando i magmi si trovano ad una certa profondità nella crosta, quindi ad una determinata pressione, una certa quantità di fluidi, in esso contenuti, resta disciolta in forma liquida. Quando i magmi salgono verso la superficie, questi elementi tendono a trasformarsi in gas, uscendo quindi dal magma; nei vulcani effusivi, il magma è molto fluido per cui i gas possono facilmente uscire: quando il magma arriva molto vicino alla superficie, i gas che fuoriescono trascinano anche il magma verso l’eruzione, come una coca cola o uno spumante che, appena aperti, escono dalla bottiglia trascinati dal gas in essi precedentemente disciolti quando il tappo era chiuso e il contenuto era a pressione più alta di quella atmosferica. Nei vulcani esplosivi, invece, il magma è molto viscoso e si oppone alla fuoriuscita di gas.

Pertanto, la pressione del gas aumenta progressivamente mentre il magma si avvicina alla superficie, finché diventa troppo alta per essere contenuta e fa quindi esplodere il magma, frammentandolo finemente e scagliandolo in alto e/o lateralmente, ad altezze/distanze fino a decine di km. Queste nubi di magma finemente frammentato dall’esplosione, che ingloba l’aria restando ancora a temperature di diverse centinaia di gradi centigradi (la temperatura originaria di questi magmi è di 900°C-1000°C), ad un certo punto ricadono o si espandono lateralmente, raggiungendo velocità anche di alcune centinaia di km orari e, date le altissime temperature e la pressione d’impatto, cancellano ogni forma di vita, animale o vegetale, lungo il loro cammino.

Questi flussi di magma frammentato, vere e proprie valanghe roventi, sono chiamati flussi piroclastici, o anche ‘nubi ardenti’; essi sono di gran lunga i prodotti più pericolosi delle eruzioni esplosive, perché procedono anche per decine di km con velocità sempre molto alte. Nelle eruzioni effusive, al contrario, i flussi di lava procedono con notevole velocità solo nelle vicinanze della bocca di emissione, e si raffreddano rapidamente divenendo estremamente lenti; quindi generalmente non pongono rischi significativi per la vita umana. Nelle eruzioni esplosive, oltre ai flussi piroclastici, un alto rischio è associato anche alla parte più leggera del magma frammentato, tra cui ceneri e pomici, che viene trascinata dal vento anche a distanze di decine, centinaia e a volte migliaia di km.

Nelle zone a distanza relativamente piccola dalla bocca eruttiva, questi prodotti possono accumularsi in depositi molto spessi; se vi sono in queste zone edifici con tetti piani, gli accumuli di tali prodotti rappresentano un gravissimo rischio: avendo infatti una densità di circa 2 kg/dm3 (più del doppio della neve), basta un accumulo di soli 25/30 cm per causare con quasi certezza il collasso del tetto, e quindi con grande probabilità dell’intero edificio.

Venendo ad un esempio pratico di zona ad altissimo rischio, recentemente al centro delle attenzioni mediatiche e politiche, possiamo citare la città di Napoli, la cui parte più centrale risulta interamente localizzata nella ‘zona gialla’ relativamente al rischio vulcanico dei Campi Flegrei. La zona gialla è definita infatti come l’area a massimo rischio per accumulo di ceneri, e praticamente tutti i tetti degli edifici di Napoli sono piani. Nelle zone montane, gli edifici vengono opportunamente dotati di tetti spioventi, per evitare gli accumuli di neve; nelle nostre aree vulcaniche, invece, non si tiene conto di questi possibili eventi, che sono ben più pericolosi della neve per la densità molto più alta. Dunque, al di là del rischio maggiore, quello dei flussi piroclastici, per difendersi dai quali non c’è altro modo che fuggire, ossia evacuare l’area prima dell’eruzione, l’area dei Campi Flegrei, e l’intera città di Napoli dovrebbero tener conto di altri due gravi rischi da cui invece si può e si dovrebbe assolutamente difendersi: il primo, ben noto dalle cronache recenti, sono i terremoti; il secondo, generalmente sottovalutato ma gravissimo in caso di eruzione, è la ricaduta di ceneri.

Per tali motivi, bisognerebbe fortemente incentivare (con un meccanismo tipo ‘Sismabonus’ 110%) la messa in sicurezza degli edifici in tutta l’area flegrea e napoletana (ossia nelle zone rossa e gialla dei Campi Flegrei), sia da un punto di vista sismico sia dotandoli di coperture, anche magari rimovibili e quindi installabili rapidamente in caso di necessità, di tipo spiovente.

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