Ormai è una direttiva che si sono dati i capi d’istituto: a scuola basta con i mezzi voti. Tanto più con i “più” e i “meno”.

“La prassi di assegnare voti non interi – ha spiegato Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dei presidi – attraverso l’uso dei ‘mezzi punti’ e dei ‘più e meno’ è molto infelice. Essa non ha un fondamento normativo e inoltre risulta ambigua nei confronti dello studente. Prassi di questo genere complicano la comunicazione tra scuola, studenti e famiglie. Peraltro non contribuiscono a riempire di senso la valutazione della prestazione didattica. In realtà per attuare seriamente e concretamente una valutazione formativa, lo ribadisco ancora una volta, occorrono una vera didattica per competenze e un effettivo coinvolgimento dello studente”.

Ho letto e riletto con attenzione. Già, perché credo di aver contribuito a complicare “la comunicazione tra scuola, studenti e famiglia”. L’ho fatto senza rendermene conto ma chiedo scusa a tutti. Finora ho pensato che i voti non fossero uguali: il sette di Piero non poteva essere quello di Viola, né il 9 di Lucia quello di Flaminia. Finora ho creduto che non fosse così sbagliato operare dei distinguo, dettagliare piuttosto che uniformare. Evidentemente nei voti delle interrogazioni, non certo in quelli che finiscono in pagella. Non so perché ero convinto che il voto intero non rispecchiasse una valutazione reale, se non raramente.

Per evitare che si verificasse questo mi sono permesso di aggiungere o togliere, ora so di aver sbagliato. Prometto di non farlo più se questa è l’indicazione da seguire. Ma mi permetto di dissentire, di non essere d’accordo. I distinguo, in tema di voti, non sono una complicazione, semmai una precisazione, ovviamente personale. Dipende dall’insegnante, come si sa, i voti spettano a lui. Così come ai capi d’istituto spetta presiedere alle decisioni, ovviamente condividendole, ai collaboratori scolastici occuparsi di questioni più spicciole ma non meno importanti per il buon funzionamento della scuola. Ognuno ha il suo ruolo. Anzi, ognuno dovrebbe avere il proprio, senza sconfinamenti, senza interferenze. Insomma, regole certe, chiare.

Il problema è che la scuola, che ancora è prematuro chiamare del “post pandemia”, sembrerebbe avere poche certezze: in ogni ambito, in ogni ruolo, compresa la valutazione. Già, perché quel che per il presidente dell’Associazione nazionale dei presidi contribuirà a rendere la valutazione formativa “seria” sembra piuttosto una questione secondaria, di poca rilevanza. Un “più” oppure un “meno” distinguono, lo ripeto convintamente, certamente non stravolgono, non ingenerano confusione. L’omologazione non mi piace, l’uniformare quel che nella realtà non lo è mi sembra una stortura, un segnale sbagliato, sia per gli alunni che per le loro famiglie.

E’ singolare soffermarsi sulla questione all’avvio di un anno scolastico la cui riuscita sembra ancora una volta affidato alla buona volontà dei singoli piuttosto che a indicazioni ministeriali certe, definite. La scuola continua a cambiare, un’entità camaleontica che per inseguire ogni novità rinuncia stagione dopo stagione a una delle sue peculiarità fondanti.

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